Un Presidente della Repubblica ce l’abbiamo. Ma non è quello che ci serviva. Per tante ragioni. Prima di tutto perché non è stato un buon Presidente nel settennato appena trascorso. I suoi estimatori dimenticano (con una faccia di tolla invereconda) che Napolitano ha promulgato tutte le leggi vergogna che B. si era costruito per sfuggire alla galera (non solo i vari lodi sull’immunità, ma anche il legittimo impedimento). Ha firmato anche, senza battere ciglio, la legge sullo scudo fiscale e una legge sulla corruzione che non vale la carta (anche poca) su cui è stata scritta.

In secondo luogo perché una prassi durata cinquanta anni è stata violata nel momento meno opportuno e per la ragione meno commendevole. Mai un Presidente della Repubblica è stato eletto una seconda volta. Perché? Tanto per cominciare perché affidare a una persona anziana un ruolo così impegnativo significa di fatto accettare che esso sia svolto dall’apparato, dai vari consiglieri e consigliori che già tanto male hanno fatto, come chiunque ricordi la vicenda delle interferenze nel processo della trattativa Stato-mafia agevolmente può confermare. Lo stesso Napolitano aveva perentoriamente detto che ragioni anagrafiche si opponevano alla sua rielezione. Ma soprattutto perché non è un caso che il mandato del Presidente della Repubblica duri 7 anni.

La Costituzione ha voluto evitare di affidare a una figura istituzionale così rilevante un potere privo di controllo. Che senso ha il cosiddetto semestre bianco, l’impossibilità per il Presidente della Repubblica di sciogliere le Camere negli ultimi 6 mesi del suo mandato, quando la stessa persona si troverà a poter usufruire di tale prerogativa magari pochi giorni dopo la caduta di un governo sfiduciato? Non si è pensato alla sterilizzazione che in questo modo si è fatta dei delicati equilibri costituzionali tra Presidenza della Repubblica, Parlamento e governo? Quattordici anni a capo dello Stato! Molte monarchie hanno avuto una durata inferiore.

Tutto ciò, come detto, nel momento meno opportuno. Un Paese nel caos, un Parlamento paralizzato da insanabili divisioni, una sfiducia dilagante nei confronti della politica avrebbero imposto una figura non appartenente alla stessa categoria di gente che a tali abissi ci aveva condotto. Quell’accordo tra le forze politiche più sane che la ragione non era capace di accettare sarebbe stato imposto dalla necessità e l’Italia avrebbe avuto non solo un Presidente autorevole, ma un governo in grado di assicurare una ragionevole durata. Che succederà ora, quando il nodo del premier cui affidare il compito di formare il governo si presenterà di nuovo, in uno scenario ancora più conflittuale di prima? Tutto ciò, come detto, per la ragione meno commendevole.

Cosa ha Napolitano che Rodotà non avesse? Una somma di caratteristiche che si possono riassumere in una parola: appartenenza. Al sistema, alle fazioni, alla casta. Per questo è stato eletto: perché i tiranni che detengono il potere non vogliono lasciarlo; in verità non possono lasciarlo, ne va della loro sopravvivenza. Rodotà significava la fine dei partiti quali li abbiamo conosciuti.

Un mondo nuovo, civile, rispettoso della legalità. Che B&C non potessero permetterselo è ovvio. Che anche il Pd abbia ritenuto di accettare l’inaccettabile probabilmente non deve stupire.

Il Fatto Quotidiano, 21 Aprile 2013