Un partito dove si sono rafforzati più i potentati che non un’idea larga di partito, dove c’è un dilagare di opportunismo e di ambizioni, a partire da Renzi che dovrebbe “moderarsi”. La diagnosi dello stato di salute del Partito Democratico è di Franco Marini, il primo candidato proposto dal centrosinistra per il Quirinale e il primo a essere bruciato per non aver raggiunto i due terzi dell’assemblea del Parlamento in sede congiunta. Rosy Bindi ha definito quanto accaduto sulla sua pelle come inaccettabile. Lui, intervistato da Lucia Annunziata a In mezz’ora, rafforza queste parole: è “più che inaccettabile”, dice, è stato “volgare e ingiusto”. “La mia candidatura – spiega – l’ha costruita il partito che ha capito come fosse necessario aprire un dialogo con una parte importante del Paese in un momento di crisi così grave. Sono esperto di queste cose, probabilmente gli emissari dei due partiti si saranno visti tante volte”. Dall’altro lato “la cosa non l’ha indicata Berlusconi”. Che il suo nome fosse stato scelto dal Cavaliere, ha aggiunto, “è un’altra cosa inaccettabile che viene fuori da un chiacchiericcio di partito chi voleva sabotare questa cosa”.

“Io sono stato vittima del mio partito allo sbando” insiste. Durante il programma l’ex presidente del Senato ha lanciato dure accuse contro il partito e il gruppo dirigente. A una domanda della Annunziata sulle varie “rottamazioni” che ci sono state nel partito, da D’Alema a Veltroni, Marini ha replicato puntualizzando che i due, invece, “sono dentro e sono anche attivi e hanno preso parte al lavoro di questi giorni”.

Ma secondo l’ex presidente del Senato “il dramma non è nato quando Marini ha avuto 521 voti, ma quando Bersani, per questo non governo del partito, ha deciso di cambiare strategia e ha chiamato Prodi dall’Africa e lui è stato bruciato”. La mia candidatura ”era legata a una strategia che torna ora”, visto che “Napolitano ora non ha spazi per dire cose diverse dal fare intese anche con il Pdl, non le chiamiamo larghe intese, chiamiamole medie intese…”.

Quanto al partito “il Pd deve recuperare credibilità, l’ha persa tutta e non so come ci si possa sedere accanto a interlocutori e leggergli negli occhi” la domanda se si possono fidare. A Lucia Annunziata che gli chiedeva se fosse ancora del partito ha risposto di sì: “Io – ha aggiunto – sono uno di quelli che dal ’95 ha fatto la scelta del centrosinistra”. Il partito “ora forse è al passaggio più difficile”, deve recuperare credibilità. “Se si lasciano accumulare le varie differenze – prosegue – poi questo viene a galla in momenti come la votazione su di me o Prodi. Nel partito è rottura, non c’è solidarietà. La debolezza strutturale tocca anche gli ex comunisti che non sono più quelli che ho conosciuto io. Oggi di questi non tiene più nessuno. Chi ha votato contro Prodi non lo so. Ma Bersani è meno colpevole di altri. Lui non gestisce le cose da solo. Bisogna contarsi quando si prendono decisioni politiche”.

Da qui l’analisi del “dilagare di opportunismo che ha toccato il nostro partito”. Un opportunismo che “tocca larghissimamente il gruppo dirigente”. E’ un “partito dove si sono rafforzati più i potentati che una idea larga di partito”. E Renzi? “E’ uno che ha un livello di ambizione sfrenata, a volte parla e non si sa quello che dice, cerca solo i titoli sui giornali. Se non modera questa ambizione finisce fuori strada”.