Al congresso di Vienna del 1815, Metternich pronunciò la famosa frase: “L’Italia è un’espressione geografica”, indicando che le diverse cultura, tradizioni e storia rendevano impossibile l’unificazione politica.

Parafrasando, potremmo dire oggi che: “il Pd è un’espressione elettorale”, significando che le varie anime presenti nel “partito”, così diverse per visione della società e per strategie di governo, rendono il Pd un’entità buona per aggregare “contro” e quando si devono raccoglier voti, ma inesistente quando si tratta di prendere decisioni e governare.

Già l’Ulivo dette prova provata di questi limiti e il fatto che il termometro della disgregazione del Pd oggi sia proprio la candidatura di Prodi, uno dei fondatori dell’Ulivo, collega con un filo ideale le due esperienze fallite per gli stessi motivi di base.

Nel Pd hanno cercato di convivere visioni quasi antitetiche su fiscalità, norme previdenziali e del lavoro, stato sociale, sviluppo, infrastrutture e chi più ne ha più ne metta.

Da un lato l’idea che la fiscalità debba mantenersi elevata, che le forme di assistenza debbano aumentare, per esempio con l’istituzione del reddito minimo garantito, che la previdenza più alimentata da contributi – le pensioni più elevate – debba essere fonte di finanziamento per le forme assistenziali, che la presenza dello Stato nella vita dei cittadini debba mantenersi forte; dall’altro lato correnti che professano una fiscalità più snella, riduzione delle forme di assistenza, sistemi premianti – anche economicamente – del merito, una struttura burocratica e amministrativa dello Stato più magra.

Lungi da me dare giudizi di merito sulle due diverse posizioni; ciascuno giudichi da sé ed entrambe le linee portano in prospettiva benefici e problemi; tuttavia ignorare queste diversità e domandarsi candidamente come mai il Pd – o meglio, qualsiasi coalizione di sinistra degli ultimi 25 anni – si sfaldi non appena deve entrare nel merito delle cose da fare, sarebbe come mettere la testa sotto la sabbia a mo’ di struzzo.

Finché c’è un Berlusconi che catalizza l’ostilità collettiva di una parte della Nazione, finché l’obiettivo comune di eliminare il caimano – o giaguaro che dir si voglia -coagula “contro”, le coalizioni nascono e vegetano bene; si possono mettere d’accordo renziani, giovani turchi, dalemiani, duri e puri, ex popolari, Sel, indignados di varie provenienze e anche una parte dei grillini. Nessuno si sognerebbe di dissentire sulla superiorità etica della sinistra o sulla necessità di impedire a Berlusconi di candidarsi.

Quando però si tratta di avvicinarsi alla stanza dei bottoni, le divergenze su come usarli, quei bottoni, emergono immediatamente, perché una volta smacchiato il giaguaro e resolo incandidabile, magari anche esiliato e così accontentata soprattutto la pancia del proprio elettorato, non ci si può esimere dal dover legiferare sulla materia del lavoro, del welfare, della fiscalità, del sistema giudiziario, della struttura burocratica e amministrativa e allora sono dolori già prima di cominciare.

Il Pd è un’espressione elettorale e maggiormente lo è la coalizione di sinistra, per non parlare della foto di Vasto; occorre prenderne atto e per non far torto a nessuno è bene precisare subito che senza il collante “Berlusconi” con i suoi mezzi di convincimento – buoni e cattivi -, il Pdl non sarebbe diverso.

Vedremo come evolverà la vicenda dell’elezione del Presidente della Repubblica e della formazione del Governo, ma il buon senso suggerirebbe che le diverse anime del Pd si separassero e si contassero alla luce del sole; se le correnti più vicine a Sel e ai grillini sono maggioritarie, che eleggano Rodotà – terzo arrivato su 48.000 votanti on line tutti con capacità di accesso al web e quindi a onor del vero indicato da poche migliaia di cittadini di estrazione culturale abbastanza indifferenziata- e provino a governare con Sel e M5s. Se invece è maggioritaria la corrente che non si riconosce assolutamente nelle istanze di Sel e del M5s, che elegga un presidente gradito anche a Pdl, Lega e Sc e provi a formare un Governo di “solidarietà nazionale”. Tertium non datur, a meno di vero inciucio e cioè di un “volemose bene” tra parti l’un l’altra armata. E che nell’un caso e nell’altro si vada a votare presto, dopo aver varato le misure che ciascuno ritiene di emergenza e magari dopo che qualche padre nobile superato dagli eventi si sia fatto da parte.

Nell’uno e nell’altro caso il beneficio per la Nazione in termini di chiarezza, di governabilità e di definizione di ruoli sarebbe enorme; sempre ovviamente confidando che, nell’un caso e nell’altro, chi dovesse fare opposizione la faccia fermamente ma civilmente, senza gridare, indignandosi il giusto, senza agitare le piazze, riconoscendo i diritti dell’altra parte a governare, non ritenendosi intellettualmente o eticamente superiore all’avversario e rispettando il concetto di “una testa un voto”.

Abbiamo bisogno di un Presidente della Repubblica autorevole e capace di rappresentare al meglio la nazione all’estero, sia esso Amato, Cancellieri, Rodotà o innumerevoli altri possibili; abbiamo bisogno di un governo che ci sposti da questa paralisi e di un’opposizione che sia consapevole di non poter partecipare alle decisioni, ma sappia essere di pungolo costante a chi governa senza pretendere che i propri apporti minoritari diventino magicamente la linea guida della vita della nazione.

Di tre forze equivalenti e rissose, delle quali una frammentata in modo esplosivo, non sappiamo che farcene e non possiamo neppure permettercele.