Bene. Prodi presidente, senza perdere tempo ché se n’è perso fin troppo. Berlusconi sotto processo, come prospettiva immediata. Penale quando vorranno i giudici (stavolta, senza pressioni “moderatrici”) e davanti alle Camere, in seduta comune, per gli attentati alla Costituzione perpetrati anche di recente.
 
Dopodiché, questo – che, ripeto è già in ritardo – è il primo passaggio. Quello immediatamente successivo è il governo. Leviamoci subito l’idea del governo-senza-governo, delle commissioni che vanno avanti da sole, ecc. Governo vuol dire governo, un governo formale, con ciascuno che si prende le sue responsabilità davanti a tutti. I governi possibili sono due: Pd-Berlusconi o Pd-Cinque stelle.
 
Il primo, se Dio vuole, ormai s’è capito che non è tollerato (e non è roba da scherzarci machiavellicamente spingendoci dentro nessuno). Il secondo, Pd-Cinque stelle, non è una soluzione di scarto. O un happening da goliardi, insomma un inciucio più gentile. E’ un governo come tutti gli altri, fra due partiti, con pari dignità e senza giocarci sopra. Nessuna delle due parti oggi è all’altezza, per serietà e senso civico. Ma, o minestra o finestra. E forse miglioreranno.
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C’è dunque un’apertura, e la crisi è risolta. Il merito non è di Grillo (che di aperture all’inizio non ne voleva manco a brodo), né ovviamente di Bersani; e nemmeno dell’ambiziosissimo Renzi. Il merito è tutto della base Pd (di cui Grillo, borghese, non ha la minima idea) che s’è ribellata all’inciucio e s’è tirata dietro tutti gli altri. Essa, insieme alla maggior parte dei meetup (quelli della prima ora) è l’unica vera risorsa su cui ora si può contare per salvare il Paese.
 
La vanità e il dilettantismo, in tutta questa crisi, hanno giocato un ruolo non indifferente. I grillini che ci tengono faranno bene a tenerne conto e a trarne qualche conseguenza, se non subito, fra qualche mese. C’è stata una componente “berlusconiana” (mediatica, rudimentale, urlata: e forse indispensabile al successo) nella crescita del loro movimento. Ne hanno ancora bisogno? Gli serve ancora Grillo? Pannella portò il divorzio, ma poi rase al suolo i radicali. Qua c’è da costruire, c’è da fare un governo. Come? Coi “vaffanculo”, o in altro stile? Con un partito di proprietà d’un singolo (tecnicamente, lo è quanto l’IdV o la Lega) o rischiando, anche qui, la democrazia? Parlando con industriali e Confindustria (Casaleggio) oppure con gli operai?
 
Altre domande (ma, ahimè, molto più in fretta) farebbero bene a porsi i militanti piddini. Cent’anni di storia onesta sono compatibili con le banche? Chi sono, sociologicamente, gli attuali dirigenti del vostro partito? Come mai – a differenza del Pci – non ci sono operai? Bersani ha rinnovato moltissimo, fra giovani e donne, in quest’ultimo anno: e se rischiassimo un po’? Si scandalizzerebbe nessuno, se il prossimo segretario Pd fosse un ragazzo di trent’anni? Io ne conosco parecchi, di giovani antimafiosi siciliani, napoletani, calabresi, settentrionali che militano in quel partito. Solo fiori all’occhiello, o proviamo a farli giocare in prima squadra? A metterli nel governo?
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Il governo, a mio parere, è ovviamente un governo Rodotà. Per voi – Bersani e Grillo – sarebbe un governo possibile, il minimo denominatore comune, un “meglio di niente”. Benissimo. Così state tranquilli. Ma per me sarebbe molto di più, sarebbe – a dirla tutta – il mio governo ideale, il Sessantotto. Perché io so che Rodotà non è solo l’onesto intellettuale, l’uomo al di sopra delle parti, il buon giurista. Ma anche quello che, unico fra i politici, ha avuto il coraggio di puntar tutto sui Beni Comuni e sul movimento. Cos’è il Teatro Valle, cos’è – nella lontana Sicilia – il Pinelli Occupato? Voi non lo sapete, amici politici. Ma io sì. E Rodotà sta là dentro. Il che non mi stupisce affatto, quando penso che trent’anni fa era uno dei (pochissimi) Garanti nazionali de “I Siciliani”. E’ lunga, molto lunga, la strada. E porta molto lontano, ben più di Bersani e Grillo.
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Governo Rodotà: metà stellini (seri, antifascisti e con la testa libera; e non comandati da Grillo) e metà del Piddì, possibilmente dei Giovani Democratici. Di due partiti che a ottobre fanno due bei congressi, e cambiano nome.
Il Pd (che di nomi ne ha cambiati già tanti) diventa – con segretario un ragazzo di cui non avete mai sentito parlare, come un Gobetti o un Gramsci a inizio carriera – il Partito Socialista Democratico, PSD. Chi non gli piace se ne va, ed è meglio per tutti.
 
L’Emme Cinque cambia di meno, solo una cifra: Movimento 5S, (con Grillo e Casaleggio tranquillamente in pensione).
La sesta stella è l’antimafia, amici miei, fratellini. L’antimafia. C’è pure quella. Voi non ve ne state accorgendo, ma da noi giù in Sicilia stanno mettendo la bomba a Borsellino, che stavolta si chiama Di Matteo. Quanto a Ingroia, politico malconsigliato ma gran siciliano, o capo dell’Antimafia o Commissario ai beni confiscati. A voi la palla, ragazzi.