Ci sono tante ragioni, per preferire Stefano Rodotà a Romano Prodi, anzi, per dire di no all’elezione di quest’ultimo. Ne ricordo alcune che riguardano per lo più la difesa della Costituzione, che è compito del presidente della Repubblica.

No, perché è di Prodi la finanziaria che in due commi toglieva il sostegno scolastico ai ragazzi gravemente disabili. Taglio che fu confermato poi dal governo Berlusconi con leggi attuative e successivamente dichiarato incostituzionale dalla Consulta.

No, perché Prodi pose il segreto di Stato sulla vicenda Abu Omar, nella quale erano in gioco il diritto di una persona di non essere rapita dai servizi stranieri e il diritto dei cittadini di sapere la verità. Inutile dire che lo stesso segreto fu posto da Berlusconi.

No perché Prodi volle come ministro della Giustizia Mastella che come Berlusconi voleva tagliare le intercettazioni e perché volle l’indulto allargato ai furbetti del quartierino.

No, perché i governi di Prodi hanno soverchiato le prerogative del parlamento decretando in maniera massiccia. Come i governi di Berlusconi.

No, perché i governi di Prodi non hanno varato una legge sul conflitto di interessi.

Pertanto, al di là delle motivazioni che inducono il Pdl a non votare Prodi, appare chiaro perché anche gli esponenti della nuova politica non vogliano votarlo.

Invece non c’è una sola ragione perché il Pd non abbia voluto appoggiare Rodotà, se non il fatto che i Cinque Stelle siano stati i primi ad avere l’intelligenza di proporre il suo nome.