Davvero poca fortuna per noi Italiani progressisti. Le elezioni ci hanno dato un Parlamento governabile da un’alleanza Pd-M5S, che sarebbe stata senza dubbio la più riformatrice e progressista di sempre. Per più di un mese Bersani ha rivolto l’offerta di un governo politico al MoVimento, rimbalzando su un muro di gomma impersonato dalla ignorante arroganza di Lombardi e dalla imbarazzata cautela di Crimi.

Una volta che Bersani ha deciso di chiudere il tentativo verso M5S, ieri Beppe Grillo ha fatto la prima mossa politica, offrendo una collaborazione politica in cambio di un appoggio del Pd a uno dei candidati vincitori delle cosiddette Quirinarie. Al di là di nomi di bandiera quali Gabanelli e Strada, consapevolmente privi della necessaria competenza per svolgere il delicato e potente ruolo di Presidente della Repubblica, l’ipotesi del giurista Stefano Rodotà era ed è di quelle a cui è insano dire di no: per la sua storia personale, per la sua competenza, per la sua statura internazionale. Rodotà sarebbe un PdR migliore del tanto incensato Napolitano, per come la vedo io: più rispettoso della Costituzione, più al passo coi tempi, più aperto al cambiamento, meno vincolato ai poteri dei partiti.

Stando alle agenzie di oggi, sembra però che Bersani, Monti e Berlusconi abbiano raggiunto un accordo su nomi sideralmente differenti dalla bella perfezione di Stefano Rodotà. Non resta che sperare nell’azione di franchi tiratori nei tre schieramenti, in modo da arrivare al quarto turno e riaprire i giochi. Al momento, soprattutto fra i parlamentari del PD, non mancano le dichiarazioni pubbliche di appoggio a Rodotà (tre nomi fra gli altri: Pippo Civati, Sergio Lo Giudice, Corradino Mineo). Temo non saranno sufficienti, e alla fine ci troveremo un Presidente della Repubblica magari competente, ma di certo simbolico della conservazione.