Parliamoci chiaro: la candidatura di Milena Gabanelli alla presidenza della Repubblica ha un senso? A me sembra di no. Milena è una grande giornalista, Report ha un ruolo insostituibile nella televisione pubblica (anche se, per non fare torto a nessuno, va ricordato che è un lavoro di squadra) e, in generale, nell’informazione italiana. Ma qui non si tratta di mettere un “like” su Facebook o concedere un retweet su Twitter: le “quirinarie”, per quanto pasticciate e poco trasparenti, sono state un’operazione politica. Che avrà ripercussioni molto concrete.

La linea scelta dal Movimento 5 Stelle, al momento, favorisce l’intesa Pd-Pdl su un nome di compromesso (altro che cambiamento). Come quello di Giuliano Amato. Se gli scenari ancora peggiori, quelli di una Anna Finocchiaro o Franco Marini, sembrano scongiurati, il merito è di Matteo Renzi tornato in versione rottamatore. Amato è un nome discusso, ma almeno nel suo curriculum ci sono esperienze e titoli che legittimano l’aspirazione al Colle. In quelli di Finocchiaro e Marini è assai più difficile trovare qualcosa di simile.

La scelta della Gabanelli, invece, significa che il M5S si chiama fuori dalla partita fino alla quarta votazione, quando si comincia a decidere a maggioranza e, per allora, le ipotesi di inciucio Pd-Pdl saranno state vagliate e scartate. E, a quel punto, liberi tutti: il M5S potrà applicare la logica del meno peggio convergendo su Romano Prodi o, chissà, Emma Bonino. Ma Pd e Pdl possono anche trovare un accordo al primo turno, rendendo inutile e simbolica tutta la tattica del Movimento.

Il M5S poteva scegliere un nome forte, che costringesse il Pd a rendersi conto che ci sono fin dall’inizio altre maggioranze possibili rispetto a quella con il Pdl, riportare un po’ di buon senso tra partiti ormai ubriachi di autoreferenzialità. Poteva indicare Prodi, per il suo profilo internazionale, perché il suo governo è stato l’ultimo decente e con tanti galantuomini (c’era Mastella, ma c’era anche Tommaso Padoa-Schioppa), perché ha battuto Silvio Berlusconi. Oppure potevano indicare Stefano Rodotà, giurista autorevole, ma soprattutto uno dei rari custodi di quel senso civico e di quegli ideali di cui questo Paese allo sbando ha bisogno, ma chissà se hanno provato a leggere l’ultimo straordinario libro di Rodotà, “Il diritto di avere diritti”.

Purtroppo ha prevalso un’altra logica. Quella, appunto, del “like” su Facebook: voto chi mi piace, perché lo vedo in tv. Non è politica.

Se poi alla presidenza della Repubblica arriverà Giuliano Amato o qualcuno di molto peggio, molti elettori grillini non saranno contenti. E neppure molti del Pd. La colpa verrà attribuita, alla pari, tra Pd, Pdl e M5S.