Anche i ricchi piangono. Sì, perché la crisi economica comincia a preoccupare anche loro. Fa traballare i principi del sano liberismo, rischia di scardinare secolari equilibri. Temono l’eccessiva disuguaglianza, il rapido impoverimento di quel 99% da cui traggono forza e sostentamento.

Ecco perché da qualche tempo a questa parte si alzano le voci ansiose di un neoliberismo dai toni allarmati, che rileggono criticamente la condizione attuale, invocando interventi urgenti, perché così non si può andare avanti. Che bisogna cambiare, prima che sia troppo tardi.

Già Joseph E. Stiglitz, premio Nobel per l’economia nel 2001, col suo accorato “j’accuse”, Il prezzo della disuguaglianza. Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro (Einaudi, 2013), ha sottolineato non tanto come la disuguaglianza sia eticamente esecrabile, quanto il rischio che corre il capitalismo.

Adesso Daron Acemoglu e James A. Robinson, accreditati docenti di economia rispettivamente al MIT e ad Harvard, sono gli autori del ponderoso Perché le nazioni falliscono. Alle origini di potenza, prosperità e povertà (Il Saggiatore, 2013). Un titolo intrigante, la cui tesi di fondo è che l’industrializzazione, l’istruzione e il libero mercato sono fautori di benessere.

Laddove il potere politico impedisce la crescita (come nei regimi autoritari, che gli autori definiscono “estrattivi”, perché spremono le risorse del paese), si ha l’impoverimento. La ricchezza non è distribuita e resta nelle mani di pochi. Stessa logica di Stiglitz, a ben guardare, che esalta la democrazia del libero scambio e l’arricchimento dei migliori, perché “più uguali degli altri”, per dirla con Orwell.

Insomma non si esce dalla logica della crescita, quella sorta di condanna biblica che ci obbliga a produrre e a consumare sempre di più (e più rapidamente) in vista del benessere e della felicità. La logica del progresso come un miglioramento che non avrà mai fine.

Eppure Serge Latouche aveva parlato di “decrescita serena”, cioè di un progresso non certo basato sull’aumento della produzione e dei consumi. Possibile che il progresso sia solo in funzione quantitativa? Possibile che non vi siano alternative?