Questo articolo vuole essere, almeno in parte, la continuazione del precedente “Maltrattamento e violenza riguardano gli altri, non noi” o comunque un suo approfondimento. Il desiderio di riprendere il discorso e dargli  un ulteriore sviluppo nasce anche dalla lettura di alcuni commenti. Per quanto i commentatori non siano rappresentativi dei lettori effettivi e del loro pensiero ho ritenuto importante soffermarmi su alcune loro considerazioni perché comunque rappresentative di una fetta della popolazione che non è affatto scontato sia invece minoritaria nel nostro paese.

Specifico che i dati sulla violenza che ho citato sono i dati Istat 2007 riguardanti la violenza sulle donne, facilmente reperibili in rete. E’ vero che è passato qualche anno dal 2007, ma non troppi e non mi risultano rilevate controtendenze in atto.

Il tema che ho voluto affrontare nell’articolo citato è la constatazione di quanto spesso sia facile pensare a noi come persone che con la violenza non hanno niente a che fare e quindi ci teniamo a tenercene distanti, quando poi, statistiche alla mano, il fenomeno risulta essere molto più pervasivo di quanto si sia disposti a credere o forse accettare.

Non mi piace soffermarmi sulle etichette, chiamare le persone violente o maltrattanti non ci porta lontano, ne sono profondamente convinto e ne ho già parlato in “Uomini e violenza,non chiamiamoli maltrattanti”, ma se invece volgiamo la nostra attenzione al comportamento le cose cambiano e dobbiamo avere il coraggio di ammettere che, nella nostra vita, avere leso un’altra persona, pur non percependolo o volendolo, può essere capitato e rimane un rischio concreto. Non è mia intenzione puntare il dito sulla popolazione maschile o femminile, è un qualcosa che riguarda entrambi i generi e, ripeto, fa parte della natura umana, ecco perché non è un accusa perché sarebbe illogico accusare l’essere umano di essere umano. Rilevare però un fenomeno può portarci a maggiori riflessioni e a renderci migliori.

Alcuni commentatori hanno ritenuto priva di fondamento l’affermazione che siamo tutti a rischio di agire dei comportamenti violenti evidenziando ciò che ho voluto sottolineare ossia come ci mobilitiamo con forza per tenere una distanza adeguata da ciò che è socialmente considerato non accettabile. Tutti siamo contro una società e una cultura violenta, ci metteremmo la firma seduta stante, ma se poi le cronache e l’esperienza non di rado mettono in luce atteggiamenti e comportamenti violenti qualcosa, da qualche parte, non sta funzionando. Ecco perché rilevo quanto invece possa, per prima cosa, essere utile consapevolizzare che “far male ad una persona” è più facile di quanto si pensi ed ecco perché ritengo essenziale, sempre e comunque, operare una distinzione tra la persona ed il suo comportamento. Se il comportamento non è funzionale questo non significa che debba essere necessariamente rappresentativo della persona. Non significa neanche deresponsabilizzare l’individuo dal suo agito, ma operare una distinzione che gli consenta di consapevolizzare proprio quanto egli possa essere diverso da ciò che ha fatto e quindi dargli la possibilità di cambiare.

Proprio perché è assurdo patologizzare la persona umana le cifre ci devono far riflettere.

Altri commentatori non si sono mostrati d’accordo sul fatto che si possa definire violenti genitori che hanno schiaffeggiato il loro figlio e sono d’accordo con loro che non sono violenti, ma il loro comportamento lo è sicuramente stato.

Cosa vuole ottenere un genitore attraverso un ceffone ad esempio? Probabilmente vuole ottenere rispetto e vuole che il figlio non riproponga lo stesso comportamento che ha suscitato la rabbia del genitore. Cosa ottiene realmente? Il figlio potrebbe non riproporre più lo stesso atteggiamento o comportamento, ma cos’è che lo trattiene dal ripeterlo? Il rispetto o la paura di prenderle di nuovo? E il genitore cosa preferisce? Vuole che il figlio capisca le ragioni della sua rabbia o che semplicemente essa si riversi su di lui?

Di fronte ad una imposizione le persone in genere hanno due possibilità o si ribellano o si sottomettono.

Nelle relazioni in cui è esplicito e sistematico l’uso della violenza, chi la utilizza vorrebbe ottenere il rispetto che invece andrà a perdere completamente, perché l’altro avrà semplicemente paura di esporsi.

Anche se la violenza, per assurdo, funzionasse ciò non toglie che potrebbero esserci metodi migliori per crescere dei figli.

Ricapitolando attraverso il pensiero dello psicologo americano Marshall Rosenberg ideatore della Comunicazione Non Violenta (CNV), un metodo di comunicazione che ci consente di entrare in contatto con i nostri e gli altrui bisogni, senza essere prevaricanti, poniamoci sempre due domande nel momento in cui siamo propensi ad utilizzare modalità punitive:

—  Cosa voglio che questa persona faccia che è diverso da ciò che sta facendo attualmente?

—  Quali voglio che siano le ragioni per cui questa persona faccia quello che le chiedo?

Provateci!

di Mario De Maglie