E’ tornato in libertà un uomo, era un ragazzo quando uccise i genitori. Un altro che uccise la madre e finì nel manicomio criminale è appena rientrato nella sua piccola città. Due fidanzati giovanissimi cercano di ricostruirsi. La stampa ne dà ampia notizia.

I giornali gli dedicano pagine, rievocano il delitto, confrontano le foto: diritto di cronaca. E così li inchiodano al loro passato tremendo, che li ha resi “personaggi pubblici”, quindi privi del diritto alla riservatezza. Qualche giornale pornografico ci riempie le pagine, offre denaro per interviste, fa effimeri progetti con i protagonisti. Alla gente piace questa macabra rivisitazione e se alla gente piace si fa.

Senza rispetto per i morti, per chi gli è sopravvissuto: madri, sorelle, padri. Senza rispetto per chi ha ucciso, che, anche se complice di questa pornografia del sangue, ne è vittima, che lo sappia o no.

La biologia ci insegna che in dieci anni cambiano tutte le cellule del corpo, perfino quelle dello scheletro. Venti anni, venti anni di galera possono parere pochi solo a chi ragiona poco. Pensiamo a noi venti anni fa, a quello in cui credevamo o non credevamo ancora, agli amori che magari ci risultano del tutto estranei.

La memoria ci fa credere che siamo gli stessi, ma non è proprio vero. Una persona mi descriveva in base a un gesto (un piccolo gesto) fatto al liceo. Lui è così. E ci credeva anche, perché a tutti piace avere delle coordinate sicure, delle scatoline dove poter rinchiudere gli altri, fissandoli a quello che sono stati.

In carcere una brigatista e una fascista diventano molto amiche: solchi profondi, esperienze simili e diverse, la capacità di cambiare, la nemica diventa amica profonda.

Si può cambiare profondamente. Esistono le conversioni, perfino l’abbandono dei propri talenti: Rimbaud che da poeta si fa mercenario, insegnante, disertore. Si cambia anche se, è ovvio, un filo profondo attraversa tutte le trasformazioni.

Riportarti sulle prime pagine per un tuo delitto antico è negare i principi stessi della pena, è identificarti per sempre come criminale. Che tu sia diventato una persona migliore o peggiore di allora non è il punto, di certo sei una persona diversa. Un detenuto che scopre il teatro in carcere dice: da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è una prigione. Un altro esce e diventa attore. Quando insegnavo scrittura creativa in carcere ad Arezzo non volevo sapere i precedenti degli allievi, anche se la curiosità c’era. Volevo avere degli allievi, non dei rapinatori, omicidi, spacciatori.

E allora stacchiamo la spina, come diceva Mac Luhan, lasciamo in pace le vittime, i loro cari, gli assassini. In questi casi essere dimenticati è una benedizione.