Ha 31 anni, una laurea in Scienze politiche, una specializzazione in Studi Europei, uno scambio con Intercultura in Belgio, un progetto Leonardo in Germania e un Erasmus in Spagna. Parla sei lingue e oggi lavora nella Direzione generale delle finanze al Parlamento Europeo di Bruxelles. Il suo nome è Merixhan Mehmeti, Gianni per gli amici.

La sua storia comincia a Durazzo, in Albania, sotto il regime comunista di Enver Hoxha, dove nasce e cresce fino all’età di 11 anni, quando decide di raggiungere suo padre in Italia, emigrato a La Spezia nel marzo del 1991 con un lavoro da operaio. “Sono partito nel periodo della prima grande ondata albanese – racconta Gianni – all’epoca in cui si cominciavano a vincere le elezioni sulla paura dei migranti. Ancora ricordo i commenti delle persone quando capivano che ero straniero: ‘ma tu sei uno di quelli bravi’ mi dicevano, nella convinzione che l’eccezione fossi io, e non i casi di delinquenza di cui parlavano i giornali”.

Dopo un complicato iter burocratico di 14 anni, Gianni è riuscito a ottenere la cittadinanza italiana, “grazie alla quale ho potuto fare il concorso per lavorare nelle istituzioni europee, dovendo essere cittadino di un Paese membro. Fino ad allora io e la mia famiglia siamo rimasti in Italia fra un permesso di soggiorno e l’altro. Una condizione stressante e di incertezza perenne, che non mi ha neppure permesso di andare in gita scolastica a Londra perché, in quanto cittadino non comunitario, avrei dovuto richiedere un visto sei mesi in anticipo, senza la sicurezza che sarebbe stato approvato. Situazioni che vivono anche ragazzi nati in Italia, visto che devono aspettare i 18 anni per poter richiedere la cittadinanza. Una regola della Legge Bossi-Fini che ritengo totalmente assurda, perché tratta da stranieri dei cittadini fondamentalmente italiani. Nella maggioranza dei Paesi i giovani sono linfa vitale, mentre in Italia stanno crescendo generazioni di gente frustrata e agguerrita, perché se sin da piccolo ti senti trattare da diverso, cresci con una rabbia dentro che pochi possono immaginare. Uno Stato lungimirante dovrebbe creare dei cittadini integrati e rispettosi, grati al proprio Paese per il trattamento ricevuto. Invece la politica continua a crescere generazioni di persone discriminate ed emarginate, che prima o poi cercheranno un’identità nella cultura dei propri genitori, per sentirsi accettati da qualcuno”.

Gianni parla di seconde generazioni ma chiama in causa anche sé stesso: “A me dispiace molto aver lasciato l’Italia perché la sento come una delle mie culture di riferimento, ma al contempo la vedo come una matrigna, che ti cresce e ti forma ma poi ti caccia, perché il merito conta poco.
Poi quando sono arrivato in Belgio ho scoperto che qui il pregiudizio c’è nei confronti degli italiani. Mi chiedevano se fossi un Rital: termine abbastanza offensivo con cui si definiscono i figli dei tanti italiani immigrati che arrivarono qui per lavorare nelle miniere. Ma a parte questo, Bruxelles ha una dimensione internazionale di pochi altri posti al mondo, dove quello che conta è il merito e non la tua provenienza geografica, e che nonostante la forte competizione tra giovani ben preparati di tutti i Paesi europei, chi si impegna con dedizione, costanza e anche un pizzico di fortuna, alla fine riesce”. 

Interpellato sul ricordo della sua infanzia in Albania, a Gianni torna alla mente un periodo felice e spensierato della sua vita. “Da bambino percepivo solo il lato positivo del comunismo. Giocavamo tutti per strada visto che non c’era microdelinquenza, anche perché c’era poco da rubare dato che tutti possedevamo le stesse cose. Poi da adulto mi sono reso conto di quanta povertà e mancanza di libertà vi fosse in quel periodo. Non potevi dire nulla contro il regime, non potevi vedere canali stranieri, e tutti i mezzi di comunicazione erano controllati. I libri scolastici erano scelti dal governo e ai tempi di mio padre c’erano esami di Marxismo e Leninismo. Inoltre c’era la leva obbligatoria di tre anni, con esercitazioni di ripasso un paio di volte all’anno perché, da cittadino soldato, dovevi essere sempre pronto in caso di offensiva. Noi avevamo l’Unione Sovietica da una parte, che a un certo punto secondo il nostro regime era diventata troppo morbida, e dall’altra parte gli Stati Uniti e la Nato. Poi il regime è caduto, e l’Albania ha preso il peggio dei due sistemi. Ora vige la legge della giungla, dove vanno avanti i corrotti e non i migliori, anche nella classe politica, che infatti non riesce neppure a far entrare il Paese nell’Unione europea”.

“Le cose che ancora oggi considero positive di quel sistema – conclude Gianni – sono la genuinità dei rapporti umani e l’importanza assegnata all’educazione scolastica. C’era amore per la cultura. Mi hanno fatto studiare violino per sei anni e la lettura era considerata un’attività fondamentale. In Italia invece non ho percepito lo stesso rispetto. Essere bocciati è considerato normale e se un ragazzo si permette di parlare di letteratura coi suoi compagni di classe lo prendono per un secchione sfigato. Bisogna parlare di calcio per essere presi in considerazione”.