Grifi, Marcello, Rosi. Per due giorni il Kinodromo di Bologna torna ad essere la sala cinematografica in cui il cinema del passato torna ad avere valore, in cui la libertà della sperimentazione cinematografica torna ad avere significato storico vivo e pulsante.

Così se le sei opere di Alberto Grifi (lunedì 15 aprile, inizio alle 19.30) possono far comprendere a chi mai le ha viste, e a chi mai ha conosciuto lo scomparso regista romano, l’anarchica liberazione dalle regole formali di qualsiasi tradizione commerciale e la geniale artigianalità di un cineasta naturalmente indipendente; Il passaggio della linea di Pietro Marcello e Boatman di Gianfranco Rosi (martedì 16 aprile, si parte alle 20.30) ci presentano i risultati dell’empirismo cinematografico altrettanto solitario e libertario 30 anni dopo.

A sei anni dalla scomparsa, l’omaggio al massimo esponente del cinema sperimentale italiano, Alberto Grifi. personalità unica, eclettica, impetuosa e anticonformista (fu infatti, pittore, regista, cameraman, fonico, attore, fotografo pubblicitario di aeroplani e creatore di dispositivi video-cinematografici) prevede La verifica incerta (1964, coregia con Gianfranco Baruchello), Transfert per Kamera verso Virulentia (1966-67), Michele alla ricerca della felicità (1978), Dinni e la Normalina (1978),  Il grande freddo, ovvero: Riuscirà Giordano Falzoni nel ruolo di principe azzurro munito di giochi ottici rotanti a restituire la voglia di vivere alla bella addormentata? (1970).

Lavori dalla durata di circa venti/venticinque minuti che per chi volesse soltanto assaggiare, partono proprio dalla fulminante opera prima La verifica incerta, dove la distruzione e il rimontaggio dissacrante di 150 mila metri di pellicola, cioè di 47 film di consumo degli anni ’50 e ’60 (per lo più cinemascope commerciale americano), acquistati come rifiuti destinati al macero, assume un andamento improbabile tra incendi, naufragi, catastrofi naturali e guerre di tutte le specie ed epoche con Audrey Hepburn che da un aereo da turismo bombarda il sommergibile del nazista Curd Jurgens; Sua Altezza Reale la Regina d’Inghilterra che si intromette in un affare di cuore tra il faraone Victor Mature e una ballerina palestinese amica di Gesù Cristo, mentre, Victor Mature, nei panni di un gangster, fa irruzione nel Restaurant Katacomben, dove fa una rapina per liberare la moglie prigioniera dei vichinghi, alla Santé a Parigi.

Il film fu proiettato per la prima volta a Parigi nel maggio del 1965, presentato da Marcel Duchamp, cui era dedicato, davanti ad un pubblico d’eccezione (Man Ray, Max Ernst, John Cage, entusiasta della colonna sonora)”.

Martedì 16 si parte, invidie e concorrenze felsinee permettendo, con il Passaggio della linea (2007), sorta di opera prima (Marcello ha girato prima Il cantiere e La baracca) dell’astro nascente della scapigliata cinematografia italiana che regola le lancette del documentario sull’ora del mescolamento di genere e di formato. Perché il film del giovane Marcello è un viaggio lungo l’Italia cadenzato dal ritmo dei treni espressi a lunga percorrenza, da tempo abbandonati ad un destino di lento degrado, che attraversano la penisola da sud a nord e viceversa, in un percorso che va dalla notte al mattino. Scorrono paesaggi, architetture, volti, dialetti e voci, esistenze che si mescolano in un corpo unico a bordo dei treni.

Discorso ancor più prezioso è la proiezione di Boatman (annata 1993), l’opera prima, introvabile e invisibile di Gianfranco Rosi. Traghettato dal barcaiolo Gopal Maji, Rosi intraprende un viaggio senza destinazione lungo il Gange che lo porta alla conoscenza dei riti funebri degli indiani, della spiritualità generatrice di speranze e cenere, di una cultura che si basa fortemente sulla religione. Navigare il sacro fiume, alla pari della discesa nell’Ade, è un modo possibile di comunione tra vita e morte. Ulisse parla con i suoi cari defunti che nell’Ade vivono, gli indiani pregano i loro morti che nel Gange s’immortalano.

Cinema in bilico sull’invitante sfida tra realismo e finzione, spiegare un lavoro di Rosi (El sicario – Room 164 nel 2010, Below sea level nel 2008) attraverso una sinossi non ne rende giustizia alcuna. Come, del resto, la proiezione tradizionale in sala ne amplifica la naturale e materica predisposizione all’abisso conradiano dell’heart of darkness. Imperdibile come un diamante grezzo dal valore inestimabile. 

Per info: http://www.kinodromo.org/