Lunedì 15 aprile il comitato promotore della campagna per un Reddito minimo garantito consegnerà le 50mila firme, raccolte dal giugno al dicembre 2012, al Parlamento.

La proposta punta all’istituzione di una misura di protezione sociale di ultima istanza che consiste nell’erogazione di 600 euro al mese, per un anno, con possibilità di rinnovo, a favore di determinate categorie di persone.

Tra i requisiti, residenza in Italia da almeno 24 mesi, iscrizione alle liste di collocamento dei centri per l’impiego, reddito non superiore ad 8 mila euro annui. Il diritto decade maturati i requisiti per il trattamento pensionistico, se il beneficiario viene assunto con un contratto di lavoro subordinato o parasubordinato, se avvia un’attività lavorativa autonoma, in generale se supera la soglia degli 8 mila euro; decade anche se rifiuta una proposta di lavoro offerta dal centro per l’impiego competente, a meno che non sia inadeguata dal punto di vista del compenso, della formazione e delle professionalità acquisite e certificate dal centro stesso.

Insomma, nessuna utopia: il reddito minimo non è in contraddizione con l’attuazione di politiche attive per il lavoro e rappresenta un’occasione per semplificare un sistema di spesa sociale attualmente frammentato ed escludente, prendendo spunto, tra l’altro, da strumenti già esistenti in tutti i Paesi europei, tranne Italia e Grecia, seppure differenziati tra loro.

50mila cittadini e 170 associazioni hanno condiviso l’impostazione di questa proposta di legge di iniziativa popolare. Non abbiamo un Governo a cui sottoporla e non sappiamo quando lo avremo. Sappiamo, però, quali conseguenze sta producendo questa crisi: l’Istat ci dice che la disoccupazione continua ad aumentare – in Italia, 5,7 milioni di persone sono senza lavoro -; il Ministero del Lavoro ammette che i contratti attivati sono diminuiti del 5,8% nell’ultimo trimestre del 2012 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente; la Bce registra un ulteriore calo dei posti di lavoro nei primi tre mesi del 2013.

Le istituzioni europee ci chiedono di attivare una misura di questo tipo da anni, perchè il nostro sistema di welfare costringe alla marginalità sociale tutti coloro che non hanno accesso agli strumenti di protezione tradizionali. E di certo non ci salva l’Aspi, che dimentica ancora una volta il mondo dei precari, dai collaboratori a progetto agli associati in partecipazione, dai ricercatori ai lavoratori indipendenti.

Per questo siamo stanchi di aspettare l’elezione di un nuovo Capo dello Stato, un eventuale altro scioglimento delle Camere, nuove elezioni, perché qualcosa si muova. Lunedì consegneremo comunque le firme al Parlamento, con la richiesta, alla Presidenza della Camera, di avviare un percorso urgente perché la proposta di legge sia presa in carico da una commissione di lavoro ad hoc.

Per chi vuole aderire, in rete è stata lanciata anche una petizione con l’invito a organizzare una manifestazione nazionale, in occasione del primo maggio, con cui sollecitare il Parlamento ad approvare con urgenza la legge.

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