Il mega-flop delle “quirinarie” tramite le quali la strana coppia Grillo/Casaleggio intende arrivare a una indicazione popolare del candidato alla carica di Presidente della Repubblica la dice piuttosto lunga sulla debolezza del progetto di democrazia diretta che sempre la strana coppia intenderebbe attuare utilizzando le possibilità offerte da Internet in termini di partecipazione collettiva.

A prescindere dal fatto che la nostra Costituzione prevede esplicitamente all’articolo 83 che il Presidente della Repubblica sia eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri, e che il trasformare questo metodo elettorale in una elezione diretta tramite la riduzione del ruolo dei parlamentari eletti senza vincolo di mandato, come previsto dall’articolo 68 della Costituzione, a quello di “robottini eterodiretti” puzza di incostituzionalità latente, ciò che sembra emergere dalla vicenda delle “quirinarie” annullate per presunte infiltrazioni di hacker o forse, più semplicemente, per intrinseca mancanza di sicurezza del sistema escogitato, è la difficoltà – se non l’impossibilità – del ritorno alla democrazia diretta; ritorno, dato che la stessa è già stata sperimentata nel lontano passato e precisamente ad Atene, a partire dal 500 A.C..

In sé, il concetto di democrazia diretta è ottimo; consentire a ciascun individuo di partecipare a tutte le decisioni è un intento molto positivo; il limite è che non è applicabile a grandi numeri di cittadini e questo ha relegato storicamente questo sistema alle tribù, ai clan, dove la riunione di tutta la popolazione in un’agorà è possibile. La strana coppia ha pensato a un’agorà virtuale che però alla prova dei fatti non funziona e non garantisce la reale rappresentatività di ciascuno.

La nostra Costituzione configura invece il nostro sistema tra quelli a “democrazia partecipativa”, dove il sistema rappresentativo mediante il quale il cittadino delega ai parlamentari il potere legislativo è integrato da alcune forme di partecipazione diretta quali i referendum abrogativi e le leggi di iniziativa popolare. Questa impostazione si può cambiare -possibilmente verso un sistema funzionale – e non in modo strisciante, ma utilizzando gli strumenti previsti dalla Costituzione.

La riduzione dei parlamentari a tante “Ambra” dirette con l’auricolare come in “Non è la Rai” degli anni 90, perché eseguano ciò che è il volere popolare, non ha cittadinanza nella nostra Costituzione attuale e inoltre il meccanismo che dovrebbe portare i parlamentari a interpretare il volere del popolo non ha alcuna garanzia di funzionalità e correttezza; in primis perché la cinghia di trasmissione del volere dal popolo ai parlamentari non mi pare sufficientemente trasparente; secondariamente perché le “quirinarie” hanno dimostrato la difficoltà di raccogliere la vera volontà popolare oltre ogni ragionevole dubbio e, infine, perché la vita politica è fatta di eventi quotidiani di piccola e media dimensione, che richiedono decisioni quasi immediate e sulle quali è impossibile – non difficile – la consultazione popolare.

Certo, l’uso che della rappresentatività è stato fatto da parte delle forze politiche negli ultimi 20 anni, l’utilizzo della discrezionalità decisionale a fini prevalentemente autoreferenziali, il tradimento estremo della volontà degli elettori, con passaggi dall’una all’altra parte politica in corso d’opera, hanno spalancato le porte a qualsiasi proposta che dia finalmente un taglio, inclusa l’utopia di attuare una democrazia diretta con 40 milioni di cittadini votanti.

Purtroppo la soluzione non è così semplice e il rimedio rischia di essere molto peggiore del male.

Come sempre, la via da percorrere è quella più difficile e cioè quella di industriarsi a migliorare e rimettere in carreggiata un sistema intrinsecamente corretto, mentre quella facile, cioè gettare via tutto e affidarsi ai “magheggi” dell’uomo – o della coppia – della provvidenza di turno rischia di portarci in un inferno peggiore di quello in cui già ci troviamo.

Perciò è bene abbandonare il sogno – o delirio – e tornare alla realtà, nella quale occorre che i rappresentanti siano scelti con un sistema che garantisca la possibilità effettiva di sceglierli e nel quale la delega non sia abusata, magari rafforzando gli strumenti di controllo; in fondo la Svizzera, dove la democrazia partecipativa sembra funzionare abbastanza bene, non è così lontana.