Cosa fa il Presidente della Repubblica quando si rende conto di non essere in grado di risolvere una situazione di stallo durante il semestre bianco? Minaccia le dimissioni. Ma non si dimette. Piuttosto, alterna momenti in cui spinge per l’inciucio a momenti in cui l’inciucio lo realizza da sè. Infatti, se da una parte Giorgio Napolitano ha espressamente chiesto la nascita di un governo “di larghe intese”, dall’altra lo ha sostanzialmente messo in piedi, interpretando in modo del tutto incomprensibile la Costituzione e le stesse prerogative del Presidente della Repubblica: nominando 10 “saggi” (e che “saggi”!) a suo piacimento, riportando così in vita le antiche pratiche craxiane a lui tanto care. In questo modo, mentre i cittadini italiani tramite le urne hanno invocato un rinnovamento radicale della classe politica, Napolitano ha risposto facendoci ripiombare nella prima Repubblica.

Leggere i nomi di alcuni dei soggetti chiamati a far parte delle due “commissioni” è stato infatti imbarazzante, oltre che urticante: dal plurindagato Bubbico all’ex consigliere di Totò Cuffaro, Pitruzzella. Dal mago delle leggi ad personam Quagliariello, che votò la mozione Ruby pensando che davvero la marocchina fosse nipote del presidente egiziano Mubarak, al berlusconiano Violante. Sì, berlusconiano. In che altro modo si potrebbe definire chi da almeno 15 anni tenta di “salvare” Berlusconi dai numerosi processi a suo carico? Del resto, poi, fu proprio Violante a rifiutare la definizione di antiberlusconiano, ricordando in Parlamento che era stata evitata la legge sul conflitto di interessi e che nemmeno le tv di B. erano mai state toccate. Anzi, fu preciso nell’indicare l’aumento di fatturato di Mediaset durante i governi di centrosinistra. Insomma, parlò come parlerebbe un dipendente Mediaset. Quanta saggezza!

E così, mentre ieri a Palermo si insediava il nuovo Procuratore Generale, l’eccellente Roberto Scarpinato, e mentre il Presidente della Corte d’Appello del capoluogo lanciava un monito sul pericolosissimo momento che l’Italia sta attraversando, le 10 cariatidi nominate da Napolitano partorivano le loro “proposte programmatiche” per il nuovo Governo. Avrebbero dovuto stendere nero su bianco 4-5 indicazioni utili ad uscire dalla crisi e far ripartire l’economia. Risultato? Nulla di tutto questo. D’altra parte come avrebbero potuto indicare la soluzione al problema, se il problema sono loro stessi?

Hanno scritto una relazione delirante e pervicacemente piegata agli aspetti più beceri del berlusconismo, i cui unici obiettivi sono: ridurre (ma sarebbe meglio dire abolire) le intercettazioni, controllare politicamente il CSM (che già adesso appare abbastanza condizionato), vietare ai magistrati di dialogare con la stampa, introdurre nuove norme palesemente anti-giudici, evitare i tagli dei rimborsi elettorali. Bisogna essere davvero dei boccaloni per pensare che i “saggi” non avessero ben compreso di cosa avrebbero dovuto occuparsi. Basta invece un quoziente intellettivo nella media per capire che si tratta delle prove generali per imbastire il prossimo pasticcio politico all’italiana.

C’è poco da star tranquilli: in Sicilia circolano lettere minatorie a magistrati palermitani e nisseni, quelli impegnati nella ricerca di verità e giustizia riguardo alle stragi del 1992-93 e alla trattativa Stato-mafia. Napolitano, però, nonostante i miei appelli, non se n’è accorto. I saggi nemmeno. Ormai da settimane invoco l’intervento concreto dell’unica forza politica che potrebbe evitare il guazzabuglio al quale ci stiamo miseramente preparando: il MoVimento 5 Stelle, che ha avuto – e speriamo l’abbia ancora – la possibilità di fare dei nomi credibili e incontestabili, che possano scongiurare il rischio di gettare Bersani e il Pd tra le braccia di Berlusconi e del PdL. Ha avuto ragione Scarpinato, ieri, durante il discorso del suo insediamento alla Procura Generale di Palermo: “Si tratta di mettersi sulle spalle il destino del Paese”. Sembra quasi che dalle parti di Roma nessuno voglia farlo. E questo è allarmante, perché si rischia di rivivere stagioni le cui ferite bruciano ancora forte.