Appare sempre più evidente che il nodo del problema Italia è la selezione di una nuova classe dirigente, e il suo accesso alla gestione della cosa pubblica. Non si tratta solo della politica, ma di ciò’ che essa controlla. La rinascita del Paese dipende dal funzionamento delle sue strutture, dalle grandi Società di fatto pubbliche, alle banche, agli ospedali, alla miriade di aziende partecipate che sono il sistema che garantisce sia la sopravvivenza sia la possibilità di rinascere di milioni di italiani. E’ li che la politica esercita il controllo più subdolo e dannoso, occupando sistematicamente i ruoli di responsabilità con un esercito di trombati, di amici e parenti…

Naturalmente non è un problema di persone, ma di metodo: anche il figlio di un politico può essere adeguato e competente, e ha gli stessi diritti degli altri cittadini. Ma solo regole precise, trasparenti e rigorosamente rispettate possono garantire che le eccellenze di questo Paese arrivino a dare il loro prezioso contributo alla salvezza dell’Italia; ed è compito della politica stabilire e garantire tale sistema di regole. Qui essa ha colpevolmente fallito, ed è stata duramente punita, particolarmente a sinistra.

Non è un caso se il ligure Grillo abbia ottenuto un consenso così vasto nella sua regione, e particolarmente nel Ponente. Non bisogna dimenticare che proprio a Savona nel 1983 venne alla luce il primo clamoroso sistema di corruzione politico/ mafioso nazionale, il cosiddetto caso Teardo. Alberto Teardo, socialista, iscritto alla P2, Presidente della Regione Liguria, venne arrestato poco prima di essere eletto parlamentare europeo: emerse un sistema corruttivo vasto e inquietante per il quale venne condannato. È sorprendente constatare ancora oggi quanti teardiani (equamente divisi tra destra e sinistra) occupino posti di potere nella politica, negli Enti, nelle Asl.

Ma qualcuno, almeno a partire dal 2007, avvertì per tempo tale problema e lo pose all’interno del centrosinistra, senza molta fortuna: penso alle liste di Rivoluzione Civile e Democratica di Piergiorgio Gawronski, che presentò alle primarie del Pd di quell’epoca un programma che poneva con forza il problema della selezione meritocratica e trasparente della classe dirigente del paese. Anni dopo, con lo stesso nome e simili contenuti il Movimento 5 stelle ha conquistato il consenso di un terzo degli italiani. Avesse il Pd avuto la capacità di ascoltare, di leggere i segno dei tempi, forse oggi non saremmo allo stallo democratico.

La Liguria però ambisce al ruolo di ‘laboratorio nazionale’ del Pd: qui emerge uno dei rari tentativi di cambiamento all’interno della politica tradizionale. Il capogruppo del Pd in Regione Liguria, Nino Miceli, ha proposto di istituire un Albo Regionale di eccellenze aperto a chiunque, fuori dei partiti, abbia competenze documentate nei diversi ambiti dell’economia, delle professioni e della cultura, potenzialmente utili al governo della Regione; e di scegliere in esso le persone che le Pubbliche Amministrazioni devono indicare per i vertici di banche, Fondazioni, Partecipate etc., e considerando la giovane età un fattore di merito. Sarebbe una vera rivoluzione meritocratica.

(Scritto con Giuliano Arnaldi)