L’Agcom ha approvato il regolamento per la gara delle frequenze televisive. Quando si conoscerà il testo, al di là delle anticipazioni di stampa, si potrà fare un’esatta valutazione. Tuttavia, alcune considerazioni generali possono essere svolte. La prima riguarda il tempo. Troppo tardi si arriva alla gara che si sarebbe dovuta fare già nel 2009 (in occasione dell’avvio del passaggio dall’analogico al digitale). In quegli anni si sarebbe ottenuto un introito economico per lo Stato di gran lunga superiore a quello che oggi ci si può aspettare in un momento in cui la fame di frequenze é tutta per la larga banda mobile. Cinque anni sono un’era geologica per la tecnologia e ciò rende più evidente il grande errore di allora di pensare a un beauty contest, cioè ad una assegnazione gratuita, piuttosto che a un’asta onerosa. Con l’aggiunta di aver consentito il mantenimento di un sistema televisivo caratterizzato da un’enorme concentrazione delle risorse. Non si fece la gara e per di più si decise (con la mia isolata ed inascoltata contrarietà) anche un rapporto di conversione delle reti analogiche al digitale unico in Europa. Una rete televisiva diventava una rete digitale con una moltiplicazione per quattro dei canali nelle mani di Rai e soprattutto di Mediaset. La stessa procedura di infrazione, avviata in quegli anni dall’Unione Europea contro la legge Gasparri, finì dunque per non sortire alcun effetto sull’atavico oligopolio italiano dell’etere. Si dirà: “ma c’era il governo Berlusconi“. E perciò, vado ai giorni nostri.

Non è chiaro, allora come oggi, se esiste nel sistema televisivo italiano un limite nella proprietà delle reti televisive. Si tratta di un tema centrale per assicurare quel margine di concorrenza minimo richiesto dall’Europa e sempre negato dal legislatore nazionale. Si parla di un gap nel regolamento di cinque reti, ma non è assolutamente detto se tale limite operi nell’intero sistema o solo con riferimento al procedimento di gara. Rai e Mediaset  non possono partecipare all’asta, così recitano i comunicati dell’Agcom, ma ciò non esclude che soprattutto Mediaset possa avere più delle 5 reti di cui è già in possesso (4 reti DVBT + 1 DVBH).

Non è chiaro poi come saranno le frequenze assegnate mediante la gara, cioè che qualità avranno (le frequenze non sono tutte uguali, ci sono quelle “buone” e quelle che soffrono di un grado rilevante di interferenze), e non è chiaro quali saranno i requisiti soggettivi per accedere alla gara. Da tempo sostengo l’idea che una o più reti messe a gara vengano assegnate in via preferenziale a soggetti societari caratterizzati da forme di azionariato diffuso, consentendo così di realizzare quelle ipotesi di partecipazione diretta dei cittadini alla proprietà di emittenti nazionali suggerite anche da Santoro e più di recente dal programma elettorale del Movimento 5Stelle.

Infine, particolare non secondario, non si capisce se il testo varato da Agcom chiuda o meno la procedura di infrazione che pende sull’Italia in conseguenza della sciagurata legge Gasparri. Il nostro paese continua infatti a rischiare pesanti sanzioni economiche per la violazioni delle norme del Trattato in materia di concorrenza causate dalle nostre regole sul sistema televisivo. Sullo sfondo resta comunque l’irrisolta questione dell’approvazione di nuove norme che con rigore disciplinino il sistema televisivo. Possiamo fare tutte le gare che vogliamo, e vedremo cosa farà concretamente il governo in attuazione del regolamento Agcom, ma se non cambiamo le regole sulla raccolta pubblicitaria, sulla rilevazione degli indici di ascolto, sul complessivo regime delle frequenze, qualunque nuovo soggetto che vincerà la gara rischierà di fare la fine de La7.