A Roma si riempiono la bocca con il «modello olandese»: i saggi voluti e nominati da Giorgio Napolitano sarebbero la riproduzione di un sistema che già esiste nei Paesi Bassi, utile soprattutto nella tremenda crisi politica vissuta dagli olandesi nel 2010, quando alle elezioni un nuovo movimento populista (ma anche razzista) come il Partito delle Libertà di Geert Wilders ottenne 24 seggi in Parlamento, contro i 31 dei democristiani e 30 per i laburisti. Una situazione bloccata (ricorda qualcosa?). Sì, i saggi come in Olanda. Ma ne siamo proprio sicuri? Andre Krouwel, professore alla Vrije Universiteit di Amsterdam, politologo fra i più apprezzati nel suo Paese, scuote la testa. E trova il parallelo più che azzardato.

Perché, professor Krouwel, non è vero che la regina Beatrice nel 2010 come Giorgio Napolitano ricorse ai saggi per risolvere la crisi politica?
Le cose non stanno esattamente così. Il Presidente Napolitano ha nominato un gruppo di saggi nel pieno della crisi. Da noi i saggi (e non non  li chiamiamo così) fanno parte di un’istituzione permanente, che esiste dal 1531, non da pochi giorni. E’ il Raad van State, il Consiglio di Stato.

Qual è la sua funzione?
E’ un organo consultivo che dà i pareri sugli argomenti più diversi, sia che vengano richiesti dal Governo, sia di propria volontà. Rappresenta l’ultima frontiera quando ci sono dei problemi. Il ruolo di Herman Tjeenk Willink, che nel 2010 era il presidente del Consiglio di Stato, fu in effetti allora molto importante. Sostenne la regina Beatrice (nella foto con il presidente Napolitano, ndr) nei tentativi a ripetizione effettuati per trovare una soluzione alla crisi.

Chi nomina i membri del Raad van State?
Prima ufficialmente era la Regina, ma in realtà dipendeva dal Governo. Dall’anno scorso la prerogativa è stata ufficialmente sottratta al monarca, è l’Esecutivo a decidere.

Che tipo di persone ne fanno parte? Sono appena dieci come nel caso di Napolitano?
No, assolutamente. Sono adesso 63 e vengono nominati a vita, non possono essere licenziati. Per un terzo si tratta di personaggi che provengono dal mondo della politica, spesso ex ministri. Poi, un altro terzo è costituito da rappresentanti dell’università. E il terzo rimanente da dirigenti sindacali e rappresentanti della società civile. E’ uno specchio del Paese, il più veritiero possibile. Non capisco come la stessa cosa possa essere fatta da una decina di persone. E poi, ripeto, stiamo parlando di un’istituzione secolare. Non siamo nel melodramma politico.

Cosa successe esattamente nel 2010?
Fino ad allora, nel bene o nel male, i Paesi Bassi avevano cercato di applicare nella loro democrazia parlamentare il «modello del polder», la terra sottratta al mare, una conquista che necessita la collaborazione di tutti. E’ il «consociativismo», la volontà di governare sempre con una maggioranza più ampia di quella necessaria per avere semplicemente il controllo di appena sopra il 50% del Parlamento. Si cerca di mettere insieme partiti politici anche diversi, ma d’accordo su alcune idee comuni. In certi casi, nel passato, si è arrivati a governare con una maggioranza di oltre il 70% o l’80%. Nel 2010, invece, non era possibile.

Iniziarono 127 lunghi giorni di crisi…
Si’, alla fine si formò un governo (con i democristiani e i liberali) che poteva contare appena sul 34% del totale dei deputati. Ma anche sull’appoggio esterno, su alcuni temi, del partito di Wilders. Ci vollero sette tentativi per arrivare a quel risultato.

E il ruolo della regina Beatrice quale fu?
Importante, assieme a Tjeenk Willink. Era lei che ufficialmente doveva affidare l’incarico. Non era scritto nella Costituzione, si trattava di prassi comune. Poi tale possibilità è stata sottratta al monarca, perché in tanti avevano considerato che Beatrice avesse peccato di «abuso di potere». O che, comunque, fosse andata troppo lontano. Ora è il Parlamento ad affidare l’incarico per formare un Governo. Tutto sommato è diventato ancora più complicato.

L’anno scorso, dopo nuove elezioni, i Paesi Bassi sono di nuovo governati da un esecutivo che può contare sulla maggioranza in Parlamento. Stiamo ritornando lentamente al «modello Polder»?
Sì, tanto più che si tratta di un’alleanza fra laburisti e liberali. E’ come se in Italia si alleassero Bersani e Berlusconi. Forse è questo l’insegnamento che puo’ venire adesso dai Paesi Bassi all’Italia. Non andiamo a scomodare i saggi…

Non le va proprio giù questo parallelo fra Italia e Olanda?
Ritengo che, facendo un confronto fra la nostra crisi del 2010 e la vostra oggi, la situazione italiana sia molto più problematica. In Italia il sistema tradizionale dei partiti è saltato nel 1994 ed è stato sostituito da un’instabile coalizione di centrodestra intorno a Berlusconi, da una fragile ricostruzione della sinistra e ora da una nuova formazione politica, riluttante a qualsiasi alleanza, come il movimento di Beppe Grillo. Nei Paesi Bassi il sistema tradizionale dei partiti politici ha invece la situazione ancora sotto controllo. Sono pure partiti economicamente più responsabili dei vostri. D’altra parte la situazione economica e della finanza pubblica in Olanda è molto migliore. E’ la realtà dei fatti.