Anche in Francia il matrimonio tra persone dello stesso sesso e le adozioni da parte delle stesse coppie sono diventati legali. Gay e lesbiche, francesi e stranieri, possono finalmente sposare la persona che amano. Essi non sono più cittadini di serie B, ma cittadini di serie A come gli altri, perché godono degli stessi diritti.

Certo, la strada da fare è ancora molto lunga.

Ad esempio, colpisce e commuove l’episodio di Wilfred De Buijn, selvaggiamente picchiato, proprio a Parigi, perché passeggiava a braccetto col compagno. La sua storia e il suo volto, violentato dalle ferite che l’omofobia incide, il più delle volte indelebilmente e comunque non solo visibilmente, dimostrano infatti che vi è ancora molto lavoro da fare per far capire alle persone che una manifestazione di affetto non dovrebbe mai costituire la giustificazione di una simile violenza, ed anzi deve essere protetta dallo Stato col massimo grado di riconoscimento possibile.

Non ce ne rendiamo conto, ma viviamo in una società dove ci stupiamo per una legge a favore delle persone e ci rassegniamo, invece, ad episodi di violenza tanto gravi.

Matrimonio e adozione sono due piccoli passi verso l’affermazione di un principio per cui ciascuno di noi deve poter tessere relazioni indipendentemente dal proprio orientamento sessuale. Ed è un principio, questo, che dovrebbe valere anche da noi.

E’ di oggi il monito del Presidente della Corte costituzionale, Franco Gallo, che ha sollecitato il Parlamento a legiferare in materia.

Una sollecitazione, peraltro, che risale alla sentenza n. 138 del 15 aprile 2010, con la quale la Corte costituzionale aveva affermato che ai gay e alle lesbiche spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone un riconoscimento giuridico da parte del Parlamento.

La sentenza contiene anche indicazioni precise per il legislatore: esso dovrà introdurre una disciplina completa, originale e dedicata unicamente alle coppie omosessuali, attingendo dai modelli di regolamentazione diffusi in Europa.  Si badi, però. “Il Parlamento è avvisato – scrive Gilda Ferrando in questo volume, interamente dedicato alla sentenza citata – non può limitarsi a tracciare trame esili o confuse come quelle che ci ha presentato fino ad ora (DI.CO., CUS, Di.Do.Re.). Deve offrire una robusta tutela alle coppie same-sex, sulla falsariga di quella riconosciuta al matrimonio“. Robusta tutela. Sulla falsariga del matrimonio.

Dal 2010, però, le cose sono profondamente cambiate. Se si guarda all’Europa, quello del matrimonio è ormai divenuto il modello dominante: niente più PaCS, registrazioni, diritti dimezzati o negati. Anche il nostro Parlamento dovrà prenderne atto. Niente più “unioni alla tedesca“, quindi, come aveva promesso Bersani in campagna elettorale. Unioni che forse la dirigenza del Partito democratico manco sa cosa siano, dal momento che ad oggi nessuno ha proposto una legge di tal fatta, mentre sono stati presentati diversi disegni di legge sul matrimonio tra persone dello stesso sesso, a firma di diversi esponenti del PD e del M5S. Segno che ci stavano raccontando un mucchio di balle.

Che sia proprio il matrimonio il prossimo traguardo? Me lo auguro, anche perché è un passo di civiltà inevitabile e, soprattutto, indispensabile. Un passo di civiltà di cui abbiamo assolutamente bisogno, per mettere fine a un’emergenza costituzionale di cui tutti soffriamo da fin troppo tempo.

Perché quello della Rai, che censura un video in tema di non discriminazione ed omofobia perché contiene le parole “gay” e “lesbica” non è un caso che capiterebbe in un Paese civile. Esso dimostra di quanta civiltà abbiamo ancora bisogno.