Sembra un miracolo: mentre la politica italiana si paralizza e l’economia reale peggiora, lo spread tra i titoli italiani a 10 anni e quelli tedeschi di pari durata resta basso: 300 punti. I “bond vigilantes”, gli occhiuti mercati che da un paio d’anni dettano l’agenda ai governi si sono forse addormentati? O la cura Monti è stata così efficace da allontanare ogni timore?

Da parte dei mercati c’è una “educata cortesia”, come la chiama il professor Franco Bruni della Bocconi: aspettano di capire se lo stallo attuale dei partiti sboccherà in un governo di grande coalizione (che agli investitori piace sempre) o in elezioni anticipate. Il secondo scenario potrebbe scatenare un po’ di panico perché, come dimostra il Documento di economia e finanza appena presentato dal governo, ci sono molte decisioni di politica economica da prendere – dall’aumento dell’Iva al destino dell’Imu – e un ritorno al voto significherebbe lasciar andare il fisco col pilota automatico. L’aumento dell’Iva scatterà penalizzando i consumi e, se l’Imu non viene esplicitamente riconfermata dal Parlamento, dal 2015 sparirà causando un buco di decine di miliardi di euro. I vincoli di bilancio, infatti, vanno governati: nel breve periodo rassicurano i mercati, nel lungo diventano un problema se non gestiti con una linea politica chiara. Per il momento, comunque, gli investitori ci osservano senza troppa preoccupazione. Anche perché la quantità di debito pubblico italiano in mano a soggetti esteri si è molto ridotta: nel giugno 2011 era il 46,8 per cento del totale, un anno dopo soltanto il 27,8 (i Btp se li sono accollati le banche italiane).

E che ha ancora Buoni del Tesoro non è così propenso a venderli: “Molti investitori cercano ancora la sicurezza. Ma negli ultimi mesi si registra una maggiore capacità di assorbire il rischio, si cercano prodotti con un rapporto rischio rendimento interessante”, spiega Angelo Drusiani, gestore obbligazionario di Banca Albertini Syz. I titoli italiani piacciono perché rendono ancora abbastanza e sono considerati relativamente a basso rischio. I soldi per investire non sono un problema : il mercato è inondato di liquidità. Non soltanto quella arrivata dalla Bce (i 1.000 miliardi del finanziamento Ltro alle banche a inizio 2012, restituiti solo in piccola parte) ma soprattutto quella frutto dell’aggressiva politica della Banca del Giappone: il nuovo governatore Haruhiko Kuroda ha annunciato il raddoppio della base monetaria entro fine 2014, con acquisti massicci di titoli di Stato. Lo yen continua quindi a indebolirsi mentre l’euro resta forte, a 1,3067 dollari. Le imprese che pagano stipendi in euro e vendono in altra valuta ne risentono in termini di competitività, ma i titoli di Stato dei Paesi dell’Eurozona diventano un investimento più appetibile per chi si indebita in yen. Merito anche della Federal Reserve americana che continua il suo quantitative easing, cioè, di fatto, stampa dollari, riducendo il valore della divisa americana. Come sempre in queste situazioni ci sono molti economisti che esultano e pochi che avvertono dei pericoli: troppa liquidità alimenta le bolle speculative e confonde la percezione del rischio. Ma nell’immediato gli effetti dell’alluvione di liquidità sono positivi e permettono all’Italia di respirare, dal lato del debito. Tanto che ieri il premier Mario Monti ha replicato con decisione a un rapporto della Commissione europea sulle fragilità dell’Italia: “In questo momento, l’Italia non sta contagiando nessuno”. Il fatto che la pressione finanziaria si sia allentata non basta però a far ripartire l’economia reale e così la disoccupazione continua ad aumentare.

Twitter: @stefanofeltri

Il Fatto Quotidiano, 12 aprile 2013