L’istinto alla sopravvivenza è radicato in tutti gli animali ma gli esseri umani sono gli unici che possono deliberatamente rinunciarvi. Si può rinunciare alla vita spinti da un improvviso incomprensibile impulso, in un periodo particolare della nostra esistenza, oppure al termine di una deliberata e consapevole ricerca per liberarsi di una vita lungamente e atrocemente sofferta. Cercheremo di parlare di questi delicati argomenti attraverso alcune storie in più post. Trovarsi improvvisamente di fronte alla sospensione della voglia di vivere in una persona fino a poco tempo prima piena di slancio vitale, suscita turbamento, in amici, parenti e curanti. In genere quando si capisce che si tratta di un “desiderio sintomo”, in un periodo preciso di malessere, si comprende subito la necessità di una protezione. Ma che significa proteggere in questi casi?  

Ospedale Psichiatrico dell’Aquila, 40 anni fa. Avevo avuto da poco la responsabilità di un reparto e cominciai a conoscere ognuna delle pazienti. Una di esse manifestò la voglia di parlarmi un pomeriggio tardi, ma io ero troppo stanco per ascoltarla. Ricordo che presi dall’armadio la sua cartella, la lasciai sulla scrivania e le dissi: ” Domani mattina sara la prima persona con cui parlerò“. Non ci fu tempo! Dopo 30 anni di ricovero, questa signora sulla sessantina, rubò le chiavi alla suora, andò al secondo piano e si buttò di sotto. Ne fui profondamente colpito e addolorato, ma imparai una grande lezione, la protezione non consiste nella sorveglianza ma nel rapporto, non ci sono luoghi sicuri 24 ore su 24, quella signora, già piena di farmaci, si era suicidata nel luogo apparentemente più sorvegliato, un manicomio chiuso, e forse sarebbe bastato parlarci un po’ per farle cambiare idea! Quel suicidio, che non sono riuscito a evitare, mi ha lasciato ricordi amari, ma anche qualcosa che ho potuto utilizzare per aiutare altre persone con più successo. Eliminare meccanicamente ogni possibile rischio è impossibile e forse anche pericoloso in quanto significherebbe de-soggettivare l’altro, privarlo della sua parte che può collaborare con noi. La mia paziente si è suicidata perché, in quel momento non ero riuscito a darle il senso che lei esisteva ed era importante per me.

Un piccolo racconto, che ricordo a memoria e attribuirei ad Ennio Flaiano tratta di un signore che cercava di impedire a una persona di gettarsi giù dal ponte: “Non lo faccia, se non ama più se stesso, non si butti per amore di sua moglie”;  “Ma mia moglie è proprio la causa del mio dolore mi ha appena tradito”;  “Allora non si butti per amore dei suoi figli, o per i suoi genitori”;  ” I miei genitori sono morti e mi hanno lasciato solo e, per i miei figli, sono ormai un peso più che una risorsa”; “Senta allora la prego, non lo faccia per me”. Al di là della possibile e a volte indispensabile prescrizione di farmaci e di un possibile e a volte indispensabile ricovero, tutti rimedi che possono o devono essere adottati a seconda delle circostanze, mi rimane la convinzione che lottare insieme, in un periodo difficile contro un nemico che diventa comune, è la rete di protezione più importante per prevenire il suicidio. Molti pensano che parlare di suicidio con una persona depressa, che non affronta questo argomento spontaneamente, possa di per sé indurre al suicidio, credo piuttosto che la cosa più dolorosa sia avere dentro un mostro che non si può condividere e che la possibilità di “essere con l’altro“, e far sentire all’altro di “poter essere con noi“, sia la candela nel buio della solitudine di chi è depresso e si sente solo. Se il rischio si corre insieme, diventa motivo di legame.