Davanti a problemi di soluzione complicata un vecchio andazzo politico-amministrativo nazionale è quello di cancellarli (o – secondo i burocrati – “derubricarli”). Sarà un po’ difficile ripetere l’astuta manovra con la legge 135/2012, la quale stabilisce che, a partire dall’1 gennaio 2014, a Roma, Torino, Milano, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Bari e Reggio Calabria la soppressione delle Province coincide con l’istituzione delle Città Metropolitane. Così dovrebbe diventare inarrestabile l’applicazione anche in Italia di quel concetto che da tempo in Europa è quasi un luogo comune: le città sono diventate il primo agente di rilancio delle aree in crisi di lunga durata da deindustrializzazione.

Si parla di sviluppo endogeno; e la legge 135 ne attribuisce ai nuovi soggetti le competenze necessarie: pianificazione territoriale, organizzazione dei servizi pubblici, mobilità e viabilità, promozione coordinata di competitività economica e sociale.

In questo quadro si muove il ministro della Coesione territoriale Fabrizio Barca, che il 29 marzo ha licenziato un documento sui “Metodi e Contenuti per le Priorità in tema di Agenda urbana”; quasi un lascito a futura memoria dell’unico membro della compagine guidata da Mario Monti che ha provato a dire cose di sinistra. Come quella che la crescita e l’innovazione devono coniugarsi con inclusione, coesione e sostenibilità ambientale. Un testo che nasce da un vasto e meritorio tentativo di coinvolgere nella riflessione tutte le articolazioni centrali e periferiche dello Stato; anche se i risultati hanno evidenziato le modeste attitudini propositive degli interpellati: vuoi camuffate nel tecno-burocratese, vuoi dai vassallaggi alle parole di moda esterofile. Un caso per tutti lo strombazzato modello “smart city”, che grazie alle magie tecnologiche dovrebbe coniugare risparmio, governance e altre bellurie.

Le due città italiane capofila del progetto, lautamente finanziato dall’Ue, sono Torino e Genova. Sotto la Mole nessuno ha sinora avvertito l’effetto smart, se non per un festival 2012 scarsamente frequentato. Più grave la vicenda sotto la Lanterna, dove l’apporto hi-tech prometteva la prevenzione dei disastri ambientali e ora il sindaco Vincenzi, promotrice del progetto, è indagata dalla magistratura per l’alluvione del novembre 2011, in cui sono morti persino dei bambini . Alla faccia dello smart. Purtroppo Barca – come dicono a Roma – deve fare il brodo con le ossa che ha. Però riesce a lanciare alcuni messaggi importanti.

Ad esempio la ripresa della programmazione democratica; dopo il discredito delle modalità precedenti: prima quella verticistico-tecnocratica e poi il suo contrario come deregolazione al servizio di ogni speculazione. Con le parole del documento, una sorta di terza via “tra la retorica dell’anticostruttivismo assoluto e l’ingenuità della pianificazione integrale”. Quindi il modo di progettare futuro prevede il superamento delle arcaiche distinzioni tra pubblico e privato e l’individuazione di nuove forme di organizzazione dei poteri in sede locale (co-pianificazione). Alla ricerca di un governo reinventato, che coincide (pur senza dirlo) con il messaggio più ambizioso della proposta-Barca: rifondare la democrazia a partire dalle città.

Ma per fare questo sarebbe necessario un ragionamento supplementare che il ministro non esplicita; probabilmente per carità di Patria: come ottenere effettivamente che le politiche a scartamento urbano decollino. Questo perché in Italia il civismo è una chimera da tempo inenarrabile. Come dimostrò per l’ennesima volta la stagione dei sindaci dei cittadini (eletti direttamente a partire dal 1993), cui fece seguito il rapido svuotamento dell’esperienza; con i protagonisti dell’epopea che monetizzavano la visibilità per carriere nazionali.

Insomma, le politiche urbane richiedono la rifondazione etica della politica, senza la quale rischiano di restare condivisibili asserzioni che lasciano il tempo che trovano. Ma Barca lo sa bene.

il Fatto Quotidiano, 11 Aprile 2013