La buona notizia è che siamo uno dei Paesi più virtuosi d’Europa, debito a parte. La cattiva è che una nuova manovra correttiva è ormai certa. Il governo Monti ha approvato ieri il documento più politico dell’anno, cioè il Documento di economia e finanza che è la base su cui si decidono eventuali interventi in corso del 2013 e la legge di stabilità (la ex Finanziaria) per il 2014. “Data la particolare situazione in cui si trova l’Italia, il Def è un contributo work in progress”, dice il premier Mario Monti. Infatti chiunque arrivi dopo – ammesso che non tocchi ancora ai tecnici – dovrà trarre le conseguenze dai numeri presentati ieri e prendere qualche decisione politica su dove tagliare, dove tassare o come spiegare all’Unione europea che certi impegni non possono essere rispettati.

Il Def presenta infatti un equilibrio perfetto ma apparente: i due obiettivi europei da rispettare sono il deficit sotto il 3 per cento del Pil e il pareggio di bilancio strutturale (cioè dopo aver scorporato gli effetti della recessione). Per il primo siamo a posto: – 2,9 nel 2013, -1,8 nel 2014, -2,5 nel 2015. Molto più virtuosi della Francia. Ma c’è un problema: il governo stima che “a legislazione vigente” mancheranno 25 miliardi entro il 2017. Un buco nascosto? In parte: l’odiata Imu è stata introdotta nel 2011 in una formula “sperimentale” per tre anni. Se non verrà confermata, dal 2015 si tornerà alla Imu pre-Monti che vale attorno ai 10 miliardi di euro annui. Tradotto: il prossimo governo dovrà trovare almeno 15 miliardi dal 2015 (e, visto che le leggi di stabilità abbracciano un arco di tre anni, il problema va risolto già nel 2013). Se invece i partiti – inclusa la montiana Scelta Civica- vorranno mantenere le promesse elettorali e rivedere l’Imu, almeno sulla prima casa, i miliardi da trovare cresceranno parecchio.

E’ una mina pericolosa: questo Parlamento, probabilmente già in autunno, dovrà decidere se spiegare ai propri elettori che conferma l’Imu, magari rafforzandola, oppure rifilare una nuova sequela di tagli e tasse. Qualcosa bisognerà comunque fare e le ricette sono soltanto due: o si persegue la riduzione del deficit, o si cerca di far aumentare il Pil, con le sempre annunciate e mai ottenute riforme strutturali per la crescita. “Le tasse forse si potranno evitare, i tagli no”, dice Pier Paolo Baretta, vice presidente Pd della Commissione speciale alla Camera.

A complicare le cose c’è una lunga lista di ulteriori problemi: il debito sta continuando a salire, nel 2013 toccherà il picco (colpa anche del pagamento degli arretrati della pubblica amministrazione e degli aiuti internazionali a Grecia e fondo salva Stati) al 130,4 per cento del Pil, 10 punti in più che nel 2011. Poi dovrebbe gradualmente scendere. E questo sempre che sia fondata l’ottimistica previsione governativa di una recessione da -1,3 per cento nel 2013 seguita da un piccolo boom dell’economia nel 2014 da +1,3 per cento. Sempre che lo spread resti sotto controllo come in questi giorni: ieri il Tesoro ha venduto Bot a tre mesi al prezzo più basso di sempre, un tasso dello 0,243 per cento (mentre la Borsa volava a +3). Ciliegina: nel 2013 servono circa 7-8 miliardi per le spese non rinviabili, tipo il finanziamento della cassa integrazione in deroga, delle missioni internazionali e dei contratti degli statali precari. Se poi ci aggiungiamo pure l’aumento dell’Iva di luglio, che per il 2013 vale due miliardi circa, si arriva a una sfida di politica economica che per il prossimo esecutivo vale oltre 32 miliardi di euro. Trovarli tutti con il metodo Monti applicato a fine 2011, cioè drastici tagli di spesa (sulle pensioni) e con nuove tasse significa ammazzare l’economia.

La commissione europea, nel suo rapporto sugli squilibri macroeconomici diffuso ieri, è assai prudente sull’Italia: “Il debito elevato resta un grave problema dell’Italia, vulnerabile ai repentini cambiamenti dei mercati e permane quindi il rischio di contagio (“financial spillovers”) al resto della zona Euro se si dovesse intensificare nuovamente la pressione sul debito italiano”. I problemi immediati sono altri: le banche fragili, il Pil sette punti sotto il livello del 2008, il rigore che non si può allentare e quindi la crescita che non può ripartire. Tutti problemi per i quali il governo Monti può fare poco, più passa il tempo più diventa complessa l’agenda del prossimo governo, di qualunque colore politico sia.

Twitter @stefanofeltri