Gli Area, il gruppo leggendario che ha influenzato e stupito appassionati e musicisti di mezzo mondo, stanno per arrivare in regione con due date: il 12 Aprile all’Auditorium Manzoni di Bologna e il 16 Maggio al Teatro Asioli di Correggio. Si presenteranno nella formazione classica (naturalmente, con la compianta assenza di Stratos e Capiozzo): Patrizio Fariselli (pianoforte e tastiere), Paolo Tofani (chitarra) e Ares Tavolazzi (contrabbasso e basso elettrico), e con loro il batterista di scuola jazz Walter Paoli. Tavolazzi, il maestro del quattro corde, ci parla degli Area e dei mutamenti culturali e sociali che la musica ha assecondato e subito negli ultimi trent’anni.

 Son due anni che con Fariselli e Tofani vi siete riuniti come Area, qual è il bilancio?

“Il bilancio è positivo. Ognuno ha portato le cose che ha maturato in questi trent’anni. Stiamo cercando di mettere insieme le varie esperienze”.

Negli Area la componente socio-politica è stata molto importante. Oggi è ancora così?

“È ancora presente. Siamo il prodotto di ciò che abbiamo passato. Ancora mi incazzo e vorrei che le cose non fossero come sono. Non riesco a fare più di tanto, faccio quel poco che posso nel mio piccolo. L’atteggiamento è lo stesso: bisogno di giustizia sociale. L’ho sempre sentito, forse adesso più di prima. Quando suono però penso a suonare. Chiaramente, attraverso il corpo e attraverso quel che faccio filtra anche questo perché è quello che vivo. È inevitabile che nella mia musica sia presente sia la rabbia che la dolcezza, sia la rottura che il bisogno di melodia”.

Suonerete a Tokyo ad una manifestazione dedicata al prog italiano. Nella nostra penisola manifestazioni del genere sono rare e mal organizzate. Qual è lo stato della musica in Italia?

“La situazione non è il massimo, né a livello di interesse né a livello di organizzazione. Non c’è una direzione, siamo tutti all’arrembaggio. I giapponesi hanno un altro carattere, si sono innamorati dell’Occidente 50 anni fa e hanno portano avanti le cose con serietà. Noi abbiamo un carattere completamente diverso, siamo un po’ banderuole. É una forma caratteriale del nostro popolo, mi ci metto anch’io; non è un giudizio, è una constatazione”.

Le tecnologie hanno cambiato la fruizione e produzione della musica. Cosa ne pensa?

“Non è né bene né male. A queste nuove forme bisogna porre attenzione, ma io son legato ad altro. Una volta le cose te le dovevi guadagnare di più; attraverso le prove, attraverso lo stare insieme. Questo un po’ mi manca. Il mondo va verso l’individualità, non mi piace ma è così. Se navigo su YouTube trovo cose che 30 anni fa non potevano esserci, ci sono ragazzini che suonano con una consapevolezza incredibile; poi c’è tutto il resto, c’è la mediocrità. Ma ogni tanto nasce un fiore e adesso ce ne sono parecchi. L’Italia è piena di bravi musicisti che tecnicamente, per l’età che hanno, sono molto avanti. Noi ce lo sognavamo. La tecnologia ha velocizzato il processo mentale e di acquisizione. Una volta io stavo su un disco una giornata intera per tirar giù quattro misure, questo mi è stato molto utile ma non posso star qui a dire che tutti dovrebbero fare così, non è giusto”.

Area – International POPular Group. Ci spiega la differenza tra pop e popolare?

“Son cresciuto con la musica popolare, mio padre suonava la chitarra con gli amici, in casa e per le vie. Il Pop è qualcosa che riguarda il mercato. La musica popolare è più vicina a ciò che possiamo chiamare etnico. La differenza è nell’atteggiamento dell’individuo. Chi fa musica popolare dalla società non si aspetta vendite e non ha il problema di dover funzionare. Chi fa musica pop sì, si deve adattare ai tempi. Chi fa musica popolare non ha questo problema, si preoccupa solo di divertirsi nel tramandare quello che gli hanno insegnato. È una differenza di atteggiamento interiore. Io, pur essendo un professionista, voglio mantenere questo atteggiamento, non ho il problema di funzionare o meno, di vendere o meno. Non lo voglio avere e non l’ho mai avuto, quando ci sono andato vicino me ne sono sempre andato. Io al mattino mi voglio svegliare e vivere la giornata tranquillo, senza problemi su come mi devo vestire e senza dover rendere conto della mia musica. Credo sia un principio di libertà che vada assolutamente mantenuto”.

Quindi smentisce la leggenda secondo cui lei è entrato negli Area per questioni economiche?

“Sono stupidaggini, come quando uno prende un pesce di dieci centimetri e col tempo si gonfia a dismisura. Non sto a giudicare chi l’ha detto, sono cazzate. Quando sono entrato negli Area ero un musicista benestante, lavoravo per le orchestre e facevo arrangiamenti; guadagnavo molto bene per lo standard di allora. Ho rinunciato a tutto questo per andare artisticamente avanti. Con me l’ha fatto mia moglie e la mia famiglia (avevo già due figli). È una fandonia, son quelle cose che la gente si immagina degli altri, come quelli che mi scrivono pensando che io ami ancora Ufo Robot. Per me Ufo Robot è stato un incidente di percorso. La mia firma c’è solo in quel brano, poi mi son ritirato da quel mondo di merda. Non voglio fare di tutta l’erba un fascio, però mi capita spesso che mi invitino a quei raduni dove tutti si vestono da Goldrake; ma siamo matti, ti sembra che io a 65 anni vada a un raduno di Goldrake? Ma è così, tu sei una cosa e gli altri pensano tu sia un’altra. È normale, va bene così”.

Con gli Area tornerete a fare un un album di inediti?

“Non lo so, ci stiamo lavorando però non me la sento di dirti quando e come. Comunque sì, ci stiamo lavorando, sì. Stiamo cercando, anche non senza difficoltà, di fonderci; questo è il principio portante del gruppo e stiamo cercando di ritrovare questa condizione. Dopo trent’anni non è facile; per come è diventata la società e il mondo, è ancora più difficile; però ci proviamo”.

A Bologna il nuovo regolamento acustico impedisci di fare concerti in alcuni luoghi…

“Da una parte penso sia giusto. Penso alla gente che deve andare a lavorare al mattino e ha un concerto davanti che finisce a l’una, l’una e trenta… io mi incazzerei. I concerti vanno fatti nei luoghi dove non c’è questo problema. In Italia questo non è mai stato contemplato: hanno fatto i palasport per giocare a pallacanestro e per trent’anni li hanno usati per fare musica, quando è l’ultimo posto dove si dovrebbe fare musica perché l’acustica è una merda. Senza voler essere esterofilo: in Germania si suona in luoghi del tutto insonorizzati progettati da ingegneri del suono, qui invece mi sembra si tenda solo a tirar dentro gente. Perché tutti devono ascoltarsi un concerto di Vasco Rossi? Io non vorrei ascoltare un concerto di Vasco Rossi a centro metri da casa mia, primo perché è Vasco Rossi, e non me ne frega niente, secondo i decibel mi danno fastidio e la notte voglio dormire. In molti paesi del Nord i concerti iniziano alle otto e mezza e massimo undici sono finiti. Ad ogni modo, con tutti i problemi che abbiamo in questo momento forse, questo, è uno degli ultimi”.