Ai miei ragazzi non piace stare in classe. A dire il vero nemmeno a me. Noi amiamo viaggiare, capire quest’Italia andando a vedere con i nostri occhi cos’è il Parlamento, a toccare con mano cosa significa fare televisione. Noi che abitiamo in un piccolo paese di campagna, dove non ci sono musei e fontane di Trevi vogliamo avere l’opportunità di stupirci, di restare a occhi aperti.

Ai miei ragazzi quando finiscono l’anno scolastico dico sempre: “Quando sarete grandi non ricorderete gli assiri e i babilonesi, ma non dimenticate mai quattro regole. Uno. Rompete sempre le scatole. Due. Non state zitti di fronte alle ingiustizie. Tre. Non siate mai indifferenti. Se passate di fronte a un uomo che chiede la carità, chiedetevi perché è lì. Quattro. Viaggiate”.

Quando posso insegno loro anche a viaggiare. Ma in questo Paese da qualche anno di soldi per i viaggi d’istruzione non ce ne sono più. A dire il vero non ci sono neanche per la carta igienica e i gessetti, figuriamoci per le gite. Quest’anno ho deciso di portare la mia classe quinta, che da settembre ha fatto un percorso di cittadinanza (dall’elezione del baby consiglio comunali di classe allo studio del Parlamento europeo), a Roma in visita al Quirinale. Volevo ripartire dal palazzo del “nostro” Presidente per far capire ai ragazzi che quella è la casa degli italiani, ci appartiene, così come la Camera, il Senato. Ma non solo. Andremo in via Fani e lì con Agnese Moro faremo un esercizio della memoria.

Il programma è pronto. Sto provando persino a portarli in Rai. Un solo problema: per poter andare in viaggio a Roma stiamo cercando un contributo di 1500 euro circa, per abbattere i costi dei bambini che non possono spendere (per regole stabilite dalla scuola) più di 100 euro per viaggi d’istruzione. Una regola giusta e allo stesso tempo bizzarra visto che la scuola non ha i soldi per aiutare i ragazzi.

Ho provato a chiedere una mano a un imprenditore che ha, gentilmente, declinato l’invito. Stiamo bussando la porta a due banche del territorio.  

In questi giorni, poi, mi sono venute in mente le parole di don Primo Mazzolari “Ci impegniamo noi e non gli altri”. Trecento euro li metterà il maestro precario: li toglierò al mio stipendio perché credo che i miei alunni, anche quelli che sono figli delle famiglie più in difficoltà, abbiano diritto di fare questo viaggio d’istruzione. Lo faccio per difendere l’articolo 34 della Costituzione: “La scuola è aperta a tutti”.

Da qui lancio un appello: aiutatemi a portare i miei bambini al Quirinale. Insieme possiamo “educare” questi ragazzini a essere cittadini. Chi vorrà contribuire a dare una mano a raggiungere la cifra di 1500 euro scriva a corlazzolialex@gmail.com. Io non toccherò un solo centesimo dei vostri contributi ma vi metterò in contatto con la scuola perché avvenga tutto con la massima trasparenza. E chissà d’incontrarci a Roma, insieme.