Parliamo di crescita e decrescita. I lettori ricorderanno che – in mezzo a questo caos sul nuovo Parlamento, sul nuovo governo e sul nuovo presidente della Repubblica che non funzionano o non ci sono o non si trovano – ho scritto domenica scorsa che è meglio domandarsi quello che si potrebbe fare se ci fossero (o quando ci saranno) persone per farlo. Dunque la crescita, anzi la decrescita. Qual è la strada? Ho avuto molte risposte. La più ricca di argomenti è quella di Maurizio Pallante pubblicata da questo giornale il 4 aprile. Rispondo.

Prima di tutto può essere utile ridefinire il tema: ci dicono che per rimettere in movimento una società bloccata da una crisi ancora non capita e non spiegata, la prima cosa da fare è ricominciare a crescere, che vuol dire più case, più ponti, più strade, più auto, autotreni e treni, più velocità, più grattacieli (magari anche buffi e un po’ storti, in modo da avere l’ingombro senza subirne l’autorità , più città che sembrano Disney e, se necessario, un po’ di isole o di penisole finte per aumentare il terreno disponibile). C’è un punto di Manhattan che, in modo cauto e gentile, ci avverte di come potrebbe venire il cambiamento, in modo che faccia piacere a tutti, costruttori, proprietari, abitanti, visitatori. Primo, è stato unito un pezzo di terra, prima inesistente, a una zona detta la “Battery” dove sono sorte case, ristoranti e parchi giochi. Secondo, il punto sopraelevato di una vecchia ferrovia in disuso è stato trasformato in giardino pensile con passeggiata lunga alcuni chilometri. Terzo, tutto intorno la città, che era bassa, diventa alta perché i costruttori intendono incassare l’atto benevolo della passeggiata pensile (con molto verde) costruendo, per noi e per loro, nuove strutture altissime dove c’erano studi di pittori, pub storici e i resti, fotografabili all’infinito, del mercato delle carni di New York (circa 1950).

Non sempre le cose si fanno con tanta cautela e una certa grazia, ma l’importante è farle, ovvero moltiplicarle. Qui si incrociano due sindromi di cui è bene essere coscienti. Una è quella di Peter Pan. Rifiutare di crescere per poter crescere. Se si resta bambini tutto è possibile, compresa l’immaginazione senza limiti (ecco la parola “limiti” con cui bisogna decidere se e quando e come fare i conti). L’altra la prendo da un libro che non so quanti avranno visto da piccoli e che si chiamava Pipino, nato vecchio e morto bambino (diventato poi film hollywoodiano). Il senso di quel libro è che solo tornando (o diventando) bambini si ricomincia a crescere e che dunque c’è un rapporto con la crescita senza fine solo se si va dal vecchio al giovane.

Qui, in questo punto, c’è l’unico significativo dissenso con ciò che ha scritto al Fatto: “Non si cresce sempre. A un certo punto ci si ferma. E questo dovrebbe essere il modello della decrescita. Ti fermi e torni indietro”. Qui, mi permetto di dire, c’è un errore: la macchina della natura è fatta per ricominciare sempre, con gli stessi o con altri individui, animali e piante. Le api e le foglie se la cavano da sole. È compito dell’intelligenza umana, a volte sorprendente e capace dell’inimmaginabile, trovare strade diverse dall’aggiunta e dalla moltiplicazione del già fatto senza intristire nel fermo di macchina, nell’immagine da fantascienza, del gesto interrotto e dell’impresa grandiosa e incompiuta per volontà sconosciuta o per ordine superiore.

La citazione di Agnelli, nel mio articolo di domenica scorsa (“dove metterei nuove auto? Dove le mettono i miei concorrenti”) serve per dire che è difficile, è eroico fare la pace da soli. Tocca a chi si occupa di politica immaginare (cioè inventare il mai fatto prima) come e con chi e con quale possibilità, il segnale nuovo possa essere accolto e raccolto. Però il vero impegno di chi giustamente diffida della crescita che è come la corsa in discesa di un autobus senza freni, di chi si allarma nello scoprire, ogni volta che sfoglia un giornale illustrato, che in qualche parte del mondo è sorto uno strambo edificio con diecimila appartamenti per vivere, che una nuova città o un nuovo benessere vogliono dire una skyline tipo New York 1930, che la nuova conquista sono 100 piani invece di 50 nelle unità abitative, che la velocità continua a crescere violentando ciò che resta del paesaggio, che le merci arrivano come un fulmine anche se ci sono esseri umani su vecchie barche che continuano a morire nei mari che è vietato attraversare, il vero impegno di chi giustamente si allarma per tutto questo e intende respingerlo, non è dire “decrescita”.

Ripeto ciò che ho scritto: la parola è innaturale, tutto ciò che è natura, salvo malattie e avvelenamenti dell’acqua, della terra o dell’aria, non decresce mai. Cambia. E – mi lascino dire Pallante e alcuni altri interlocutori – non è vero che si finisce di crescere, prima di aver finito di vivere. La grande trovata della natura è di crescere in un altro modo. Questa è la scommessa di una nuova cultura. La foresta di grattacieli inclinati da una parte o dall’altra, mentre in mezzo passano treni saetta diretti a ponti che attraversano mega distanze, sono il grande limite di cemento, di ferro e di tecnologia sbagliata, che bloccano la crescita di ciascun essere umano, animale o pianta.

Riprendiamoci la crescita nel senso preciso della parola. Si decresce distorcendo l’universo e soffocando la natura. Si cresce liberi e puliti. La tristezza rinunciataria sta dalla parte di chi riconosce sempre meno spazio e ruolo e governo di sé agli esseri viventi e ne attribuisce sempre di più a ciò che ingombra l’orizzonte e occupa l’aria e lo spazio.

Il Fatto Quotidiano, 7 aprile 2013