“Le persone pagano le tasse perché si fidano dello Stato”, frase che ho colto oggi da un lettore (che risiede a Berlino da 18 anni) di uno dei maggiori quotidiani italiani. Un Paese (quello tedesco, al pari della maggior parte dei paesi occidentali) dove il patto di fiducia tra Stato e cittadini è fondato su correttezza, fiducia, equità, trasparenza, reciprocità. Lo Stato è al servizio dei cittadini perché serve a soddisfare i bisogni comuni. Ergo li soddisfa pretendendo dai cittadini ciò che serve per ridistribuire servizi e soddisfacendo bisogni, riducendo le disuguaglianze.

Uno Stato che amministra con sapienza ciò che incamera, gestendo il tutto con la diligenza del buon padre di famiglia. Uno Stato che non è dunque fondato e organizzato su di una mostruosa macchina burocratica, diviso in compartimenti stagni autonomi e non comunicanti. Uno Stato che non è affidato a una oligarchia di boiardi espressione dei Partiti, una massoneria di vili e ignobili affaristi, ben distribuita trasversalmente tra tutta la partitocrazia. Uno Stato leggero, trasparente, retto dalla meritocrazia, sottoposto a controlli di soggetti terzi, efficiente e celere, iperinformatizzato, può dirsi Stato.

Il nostro non è uno Stato moderno ma uno Stato che racchiude in sé il peggio di ogni regime autoritario. Può essere ben riassunto in una clausola: solve et repete. Su di essa si fonda il rapporto Stato-cittadini. Prima paghi, poi forse, se ne avrai le risorse eccepirai ma già sapendo che passeranno tanti anni. Prima il dovere poi potrai invocare il diritto. Diritti che esistono solo sulla carta ma che nella sostanza sono liquidi. Talmente liquidi da essere stati arsi da decenni di impunità legislativa (stratificatasi grazie a leggi, leggine, codicilli e richiami incomprensibili) e da una gioiosa macchina burocratica-amministrativa che ha volutamente disintegrato ogni diritto, creando uno Stato nello Stato.

L’apice di tale schema si ha col fisco. La legislazione è datata, mal scritta e frammentata al punto che si presta alle più svariate interpretazioni, in cui l’Agenzia delle Entrate sguazza, riscuotendo ad libitum con Equitalia. Ciò determina un elevato contenzioso, nel quale i contribuenti vincono nel 50% dei casi. Pur risultando affidato a giudici non sempre terzi e non sempre competenti. La pressione fiscale oramai è intorno al 50% quando in un Paese civile non dovrebbe andare oltre un terzo. Peraltro di tale obolo oltre la metà finisce col tappare i debiti enormi ereditati della massoneria politica e per continuare a nutrire il mostro dell’inefficienza.

La compensazione tra creditori dello Stato e debitori del fisco è stata impedita, così violando un principio sacrosanto.

Ora Rigor Montis ha detto che si, lo Stato dopo molti anni potrà pagare i propri creditori. Un default di quasi 100 miliardi. Ma non è chiaro se si potrà compensare e soprattutto continua a vigere la regola-tagliola del Durc. Una farsa italiana, studiata ad arte per gabbare i contribuenti, i quali spesso non riescono a versare i contributi proprio perché lo Stato è debitore inadempiente.

Il Documento Unico di Regolarità Contributiva è un certificato unico che attesta la regolarità di un’impresa nei pagamenti e negli adempimenti previdenziali, assistenziali e assicurativi nonché per gli altri obblighi previsti dalla normativa vigente nei confronti di INPS, INAIL e Casse Edili (requisiti di regolarità). La l. n. 266/2002 ed il d.lgs. n. 276/2003 hanno statuito che INPS, INAIL e Casse Edili stipulino convenzioni al fine del rilascio del Durc. Il Durc deve essere richiesto (e prodotto) per tutti gli appalti pubblici, appalti di servizi e forniture,  gestione di servizi ed attività pubbliche in convenzione o concessione, lavori privati in edilizia, rilascio dell’ attestazione SOA, iscrizione all’Albo dei Fornitori, assegnazione di agevolazioni, finanziamenti e sovvenzioni.

Abbiamo dunque uno Stato che col fisco è infingardo, iniquo e sleale, che con una mano pretende subito percentuali da lenone, e con l’altra non paga, non permette compensazioni, promettendo di pagarti ma previo Durc. Per legittimare un fisco così arrogante e posto in spregio dei diritti inviolabili, si è oramai disegnato uno Stato di polizia tributaria dove da un lato ogni battito di ciglia viene monitorato dal controllore e, dall’altro con la compiacenza della giurisprudenza tributaria, si rendono granitici principi aberranti quali l’inversione dell’onere della prova, legittimando tutti gli accertamenti invasivi possibili.

Se vogliamo diventare liberi cittadini in un libero Stato dobbiamo rifondare integralmente il fisco italiano. Passare da un fisco con la supercazzola buona per i sudditi ad un fisco serio ed equo.