Alla fine i quaranta giorni di impasse sono serviti a fare chiarezza: il Pd marcia compatto, con qualche esigua resistenza, verso il governo delle “laghe intese”, ovvero “governissimo”, da ultimo “governo di transizione” con il Pdl.

Il problema a questo punto sembra che sia essenzialmente il nome e archiviati “il governissimo”, “il governo tecnico” e quello “di scopo”, con un guizzo di fantasia che va oltre qualsiasi previsione e/o aspettativa è l’esecutivo di “transizione”, non si sa bene da cosa e verso cosa, che mette d’accordo i notabili del Pd.

L’ultima “apertura” è arrivata da Dario Franceschini con l’intervista al Corriere, in rappresentanza degli ex popolari, da Fioroni a Rosy Bindi, che ha detto chiaro e tondo di smetterla con la presunta superiorità nei confronti del Pdl e di Berlusconi. E naturalmente sottotraccia, ma nemmeno tanto, c’è il pacchetto esecutivo-Colle, dove of course deve andare un presidente “non divisivo” che al di là dell’eufemismo ipocrita significa solo un presidente che non sia garante della Costituzione ma di Berlusconi e cioè che si frapponga  tra “il perseguitato” ed i suoi “aggressori” e cioè i magistrati impegnati da anni nei processi che non possono portare a sentenza.

E poi magari, è anche meglio se al Quirinale ci va un cattolico e un politico di lunghissimo corso come Franco Marini, gradito insieme a Giuliano Amato al Cavaliere. Anche se sembra incredibile, Giuseppe Fioroni esponente cattolico di primo piano del Pd ha letto la contestazione a Civitanova Marche nei confronti della presidente della Camera come una conferma che i cittadini vogliono alla massima carica dello Stato “una personalità che è stata per tanti anni come leader di un grande sindacato il riferimento per tanti lavoratori italiani”. Insomma l’indignazione per il suicidio di tre italiani stremati dall’inefficienza e dall’iniquità della politica della casta e dei “tecnici” viene letta come la richiesta della riconferma ai vertici delle istituzioni dei personaggi che sono stati protagonisti ed artefici del disastro attuale.

Fatto sta che con l’uscita allo scoperto di Franceschini e della pattuglia degli ex popolari, il gruppo dirigente del Pd è praticamente allineato a larghissima maggioranza sulla trattativa con Berlusconi.

D’Alema e Veltroni si erano espressi in tal senso da subito;  Renzi con gli attacchi all’apertura di Bersani al M5S lo ha fatto con più ponderazione, accreditando l’attuale segretario in coppia con D’Alema come più affidabili interlocutori per Berlusconi; il dalemiano “creativo” Nicola Latorre ha ammonito il partito a “smetterla di demonizzare Renzi” ricordando a tutti che adesso è il momento dell’accordo con Berlusconi. Da ultimo è arrivato anche Riccardo Nencini, segretario del PSI per segnalare l’insofferenza verso “l’indecisionismo” della politica e del PD.  Se e quando un Bersani in minoranza nel partito si presenterà all’annunciato faccia a faccia con Berlusconi la sua dichiarata, almeno a parole, alternativa “governo di cambiamento o elezioni” sarà solo un promemoria scolorito.

Intanto il Berlusconi di lotta e di governo è più che mai pronto al voto e sa benissimo quello che vuole: per il Quirinale l’identikit è quello di Marini o Amato e per quanto riguarda il governissimo, non gli basta di avere dei ministri di area del centrodestra, li vuole targati Pdl, anzi FI o meglio ancora Forza Silvio.  Per rilanciare la nuova FI ha già in calendario tre piazze: Bari, Brescia, Palermo con, guarda un po’, otto mirabolanti punti e lo slogan “in quaranta giorni restituzione e abolizione dell’Imu”.  E tra gli otto punti c’è anche la rinuncia ai rimborsi elettorali che per il Pd rimane un tabù.

Naturalmente per gli elettori del Pd e per i numerosi amici con i quali mi sono amichevolmente scontrata alla vigilia del voto, e dopo, che mandavano messaggini allarmati con l’invito a “votare bene” cioè Pd, l’attuale stato delle cose ha un solo responsabile: Beppe Grillo colpevole di tutto e del contrario di tutto.

Il M5S ha fatto svariati errori, dovrà assumersene la responsabilità  e stando ai sondaggi avrebbe perso il 5 o 6% dei consensi.  Ma mi risulta che si sia espresso senza defaillance sulla ineleggibilità di Berlusconi, sul conflitto di interessi, sull’abrogazione del Porcellum e sulla determinazione di tornare al voto con un’altra legge elettorale, magari il Mattarellum che esiste già e che il governo Monti, nella colpevole inerzia dei partiti, avrebbe potuto e dovuto ripristinare con decreto. La prossima settimana i gruppi parlamentari del M5s pretendono che si insedino le commissioni permanenti ed esprimeranno formalmente solidarietà a Nino Di Matteo, Pm di Palermo, impegnato nell’inchiesta sulla trattativa minacciato dalla Mafia  attaccato dalla politica e oggetto di un’azione disciplinare.

Forse gli strenui sostenitori del “voto utile” dovrebbero riflettere sull’identità e sulle prospettive che vuole darsi  il partito che hanno votato e che hanno invitato a votare anche in termini ultimativi.