“A questo punto io prendo la bomba, la butto e sfascio tutto!”. Non crediamo il dittatore coreano Kim Jong-un abbia mai visto Un eroe dei nostri tempi (1955) di Mario Monicelli, ma dovrebbe: l’indimenticabile battuta di Alberto Sordi dopo quasi 60 anni suona di inquietante, dirompente attualità geopolitica. Basta spostarsi da Roma a Pyongyang, e quel “sfascio tutto” sembra uscito dalla bocca del caro leader, che minaccia gli Usa di un’apocalisse nucleare da far scongelare la guerra fredda. Bontà sua, il cinema l’ha già preceduto, spesso blandendo il fungo atomico, talvolta incutendo timore a uso pacifista, ma sempre affibbiando alla celluloide i gesti apotropaici del caso. Si fa presto a dire bomba, insomma, e il grande schermo esorcizza: non è detto l’uomo la scampi, ma l’ironia è sempre salva, e pure un non burlone come Stanley Kubrick ci ha trovato da sorridere. Vero che “tutto il suo cinema – dice lo studioso Giaime Alonge – è bellico, nella misura in cui ragiona sulla violenza e sul contenimento della violenza della società novecentesca”, ma non finisce qui: “Spesso il meccanismo si inceppa e si rivolta contro di sé: vedi Palla di lardo in Full Metal Jacket e il congegno Fine di mondo nel Dottor Stranamore”.

Con il funambolico, uno e trino (Dr. Stranamore/Cap. Lionel Mandrake/President Muff) Peter Sellers, rischia di far morire dal ridere, eppure mai come ora Stranamore appare rassicurante a tutte le latitudini, compreso il 38° parallelo che separa le due Coree. Grazie al sottotitolo: Come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba. Già, Kubrick è un long-seller dell’homevideo, ma l’ansia nucleare che oggi si respira dalle Hawaii al Texas rischia di rimettere l’esimio Strangelove al top delle classifiche americane. Del resto, le battute terribili e grottesche non gli mancano: “Signor Presidente, io non escluderei la possibilità di conservare un nucleo di esemplari umani. Sarebbe piuttosto facile, eh, eh… in fondo a qualcuna delle nostre miniere più profonde”. Sonni meno tranquilli, in epoca di cybersoldati (anche Pyongyang li ha), fa dormire Wargames di John Badham, che 30 anni fa infiltrava un giovane hacker nei sistemi della difesa per giocare alla guerra nucleare con un super-computer. Il mondo nelle mani di un ragazzino smanettone, e Kim Jong-un ha la faccetta liscia e paffuta come il culo di un neonato, non supera i 30 anni e odora di geek: si spera nella mera coincidenza…

Se al silicio preferite il ferro, viceversa, dovete imbarcarvi sul K-19 di Kathryn Bigelow (2002), che inquadra nel periscopio la tragedia dell’omonimo sottomarino nucleare sovietico consumata nel 1961: reattore KO, eroico sacrificio umano e catastrofe scongiurata. Stessa storia, per rimanere in acqua, con Allarme rosso del compianto Tony Scott (1995) e Caccia a Ottobre rosso (1990): se anche la Corea facesse sul serio, vuoi mettere andartene con l’indomito Sean Connery negli occhi?

Per i palati più fini e francesi, al contrario, si consiglia l’evergreen Hiroshima Mon Amour: la città atomica che rinasce ma non dimentica l’orrore di Eiji Okada e la Nevers di Emmanuelle Riva, un amore condannato all’oblio e la regia cerebrale di Alain Resnais. Della serie, prendi l’arte e mettila da parte: ma se scoccasse la nostra ultima ora? Al bando le madeleine e viva i popcorn, anche se bruciacchiati dall’esplosione nucleare: The Day After – Il giorno dopo (1983) di Nicholas Meyer frulla dramma e sci-fi e ci porta tra i villici superstiti di un paesino del Kansas. Disturbante a dir poco, ma almeno del doman v’è certezza: fossimo in Obama lo faremmo vedere nelle scuole, magari sottotitolato in coreano. Sempre meglio che replicare il presidente Henry Fonda di A prova di errore, diretto da Sidney Lumet nel ’64 (e rifatto da Stephen Frears nel 2000): dopo che Mosca è stata colpita per errore dai bombardieri nucleari americani, Mr. President è costretto a ordinare la distruzione di New York per pareggiare i conti. Scommettiamo che Kim Jong-un questo l’ha visto?

Il Fatto Quotidiano, 5 aprile 2013