“Chiedo a don Ciotti di venire a Termoli, a casa mia, a vedere cosa sta accadendo alla mia famiglia”. A pronunciare queste parole in una tiepida serata di inizio primavera ancora immersa nella nebbia, a Lodi Vecchio (LO), davanti a un centinaio di persone, è il pentito di ‘ndrangheta Luigi Bonaventura.

L’occasione è la presentazione dell’ultimo libro del giornalista Fabio Abati, “C’era una volta la Lombardia”, ma nel circolo Arci del paesino lombardo dove si svolge l’incontro pubblico non c’è soltanto l’antimafia, bensì chi di una famiglia di mafia è stato reggente. Luigi Bonaventura ha iniziato a collaborare con la giustizia nel 2007 e viene trasferito in località protetta a Termoli, Molise. È il suo avvocato a denunciare che nel 2011 viene scoperto vicino casa sua, “in un garage di proprietà della moglie di un appartenente alle forze dell’ordine”, un arsenale della ‘ndrangheta pronto per uccidere il pentito.

È per questo motivo, per la sua sicurezza, che Bonaventura chiede l’intervento del Presidente di Libera. Lui ha già avanzato allo Stato una richiesta di risarcimento danni per 2 milioni e mezzo di euro, ma non sono i soldi ad interessargli. Chiede protezione perché possa continuare a raccontare ciò che sa ed iniziare a farlo non solo con i magistrati, ma anche in mezzo alla gente: un mafioso che chiede l’aiuto e l’appoggio dell’antimafia. I ruoli si invertono, a sentirlo parlare sembra uno che sta dalla “nostra” parte più che dalla loro. “Io ci credo che si può sconfiggere la mafia – dice rispondendo alle domande del pubblico – Non dobbiamo avere paura della mafia e dei politici corrotti. Qualcuno potrebbe anche cadere, ma indietreggiare vorrebbe dire lasciare tutto questo ai miei figli”.

Ed è per loro che dice di aver iniziato a collaborare con la giustizia, per i figli, per i quali ha “spezzato la catena ad un destino per loro già segnato, in quanto anche loro già alla nascita erano di diritto figli di mamma ‘ndrangheta con il maschietto già giovane d’onore e la femminuccia destinata a diventare sorella d’omertà“.

Ma si può credere a tutto questo? Già immagino chi insorge al solo pensiero che dovremmo spenderci nell’aiutare chi ha spezzato tante vite e distrutte altrettante di familiari che piangono i propri cari. Giovanni Falcone diceva di aver imparato a riconoscere l’umanità anche nell’essere apparentemente peggiore, di avere un rispetto reale, e non solo formale, per le altrui opinioni. Lui, il magistrato più amato di sempre, è anche quello che è stato più duramente accusato di avere rapporti “intimistici” con i pentiti, di collaborare con una parte della mafia per eliminare l’altra.

E allora forse se c’è ancora molto che dobbiamo imparare da Giovanni Falcone, un pentito come Luigi Bonaventura ce lo può insegnare. Forse oggi è proprio questa la nuova frontiera dell’antimafia: essere capaci di oltrepassare le barriere mentali dei pregiudizi e riuscire a guardarsi in faccia come persone, come uomini che anche se prima si facevano la guerra, oggi, per un motivo o per l’altro, hanno uno scopo comune. Se lo Stato è davvero terzo e imparziale, se davvero lo scopo prescritto dalla Costituzione della detenzione in carcere è la rieducazione del condannato, se crediamo davvero in tutto questo, allora forse dovremmo iniziare a muoverci per stare accanto non solo alle vittime di mafia ma anche ai pentiti. Se il loro pentimento è vero quel che hanno visto, sentito ed iniziano a dire, vale oro.