Interventi per la conversione in valuta locale dei prestiti contratti in valuta estera e, soprattutto, finanziamenti a tasso zero per gli istituti di credito che si impegnino a finanziare a loro volta le piccole e medie imprese ad un interesse non superiore al 2%. Sono i punti salienti del piano annunciati dalla Banca centrale ungherese con l’obiettivo di favorire la crescita di un’economia in costante crisi sull’onda lunga di un dissesto iniziato nel lontano 2009 e tuttora irrisolto. Il programma, reso noto dal neo presidente dell’istituto centrale Gyorgy Matolcsy, prevede un esborso complessivo di 500 miliardi di fiorini (un paio di miliardi di dollari, 1,7 miliardi di euro). Metà della cifra sarà utilizzata per il finanziamento delle banche private, gli altri 250 miliardi per la conversione dei prestiti. Metà delle pmi ungheresi, ha rilevato il Wall Street Journal, sarebbero tuttora indebitate in valuta estera (euro e franchi svizzeri soprattutto) per via dei prestiti contratti in passato quando le banche straniere garantivano tassi più convenienti. La progressiva svalutazione del fiorino rende ora questi debiti sempre più pesanti.

Per quanto realizzato in un contesto particolarmente inquietante tanto dal punto di vista economico quanto politico, il programma di Budapest rientra nella stretta attualità alimentando il dibattito sugli interventi pro crescita nel continente europeo e non solo. L’operazione, sostiene ancora il Wall Street Journal, richiamerebbe infatti alla mente un tentativo simile promosso dalla Banca d’Inghilterra così come, fatte le dovute proporzioni, la maxi iniziativa di espansione monetaria della banca centrale giapponese. La certezza, in ogni caso, è che nulla in Europa sembra costituire oggi un tema così pressante come la relazione credito/liquidità/crescita.

In Italia il deficit di liquidità (e il conseguente circolo vizioso sul fronte debitorio) delle piccole e medie imprese ha imposto al governo la valutazione di una misura di emergenza da 40 miliardi di euro che prevede l’emissione di titoli di Stato per finanziare il pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione verso le imprese. In questi giorni, intanto, uno studio di Unioncamere ha segnalato una contrazione del 2,5% su base annua dei crediti concessi alle aziende. Per le imprese del Nord, ha riferito il rapporto, il dato del ribasso supera invece il 3%.

Quello dell’accesso al credito e, soprattutto, dei costi sostenuti dalle aziende resta un problema centrale per le periferie europee. Le piccole e medie imprese italiane e spagnole, osservava in questi giorni il Financial Times citando i dati Bce, continuano a pagare interessi decisamente più alti rispetto alle omologhe tedesche e francesi. Un’indagine di Deutsche Bank, citata ancora dal quotidiano della City, segnala in particolare uno spread di 3-400 punti, ovvero di 3-4 punti percentuali. La tendenza, rileva il Ft, lascia intravedere un allargamento ulteriore di questo divario.

Difficile dire se il programma di Budapest possa funzionare. Di certo restano notevoli le perplessità sul futuro del Paese. L’Ungheria, come si diceva, è piombata nel vortice della crisi a partire dal 2009 quando il Pil si è contratto di quasi 7 punti percentuali nello spazio di un anno. A pesare l’improvviso stop all’afflusso di liquidità e credito a buon mercato verso l’Est Europa. Un fenomeno che ha determinato conseguenze negative sulle banche locali, ampiamente partecipate dagli istituti dell’Ovest, innescando così un circolo vizioso. Nel 2012, segnala l’Eurostat, il Pil ungherese è tornato a contrarsi registrando un -1,7% che costituisce i peggior risultato dei Paesi Ue non euro. Per il prossimo anno si prevede una sostanziale stagnazione (-0,1%). Il contesto politico, come se non bastasse, resta preoccupante a fronte delle iniziative autoritarie del governo di Viktor Orban. Negli ultimi anni l’esecutivo di Budapest ha riformato il ruolo della banca centrale spostando quest’ultima, di fatto, sotto il controllo del governo. Un’iniziativa che ha contribuito ad alimentare la tensione con la Ue.