La crisi mette i lucchetti agli hotel della Romagna. E dopo un tormentato fallimento e un’inchiesta per evasione fiscale il Grand Hotel di Rimini, simbolo di una Riviera felliniana ormai inesistente, finisce nel mirino di investitori che gli inquirenti definiscono molto più che sospetti. L’attuale proprietario nega ogni forma di trattativa, le indagini invece inseriscono l’immobile come il primo degli obiettivi di una serie di persone inserite in una lunghissima black list.

Non sarebbe l’unico, perché la porta della criminalità organizzata è già spalancata. Nel 2012 a Rimini sono duecento le strutture alberghiere messe sul mercato per il calo di clienti e su cui la prefettura e la magistratura hanno puntato i riflettori. Mentre aumentano a trecento le segnalazioni di operazioni bancarie a rischio riciclaggio, arrivate in sei mesi alla Uif, l’Unità d’informazione finanziaria di Bankitalia.

Se un tempo i clan compravano discoteche e ristoranti, oggi guardano agli hotel. I numeri sono in crescita e hanno fatto suonare il campanello d’allarme anche nelle stanze affrescate delle istituzioni, tanto da far nascere l’Osservatorio provinciale contro la criminalità organizzata, aperto pochi giorni fa a Rimini. “Siamo molto preoccupati e temiamo che la situazione possa sfuggirci di mano”, ammette il presidente della Provincia di Rimini, Stefano Vitali. “La tendenza non è del tutto nuova, ma ora il tessuto rischia di non reggere più”.

La differenza rispetto al passato sta nell’accesso al credito, oggi bloccato per imprenditori in difficoltà. “L’immobile non basta più, le banche vogliono garanzie economiche di ritorno che molti albergatori, strozzati da tasse e profitti in calo, non riescono a portare”. È qui che s’inseriscono le cosche, pronte a comprare immobili per reinvestire capitali provenienti dal traffico di stupefacenti, dall’usura e delle estorsioni. Secondo i dati raccolti dalla prefettura, nell’ultimo anno, in tutta la provincia, su un totale di 2400 hotel, 200 sono passati di mano in mano con percorsi sospetti. Una parte sono vendite, altre sono cessioni di licenze.

“Rispetto ad altri territori – spiega il procuratore capo di Rimini Paolo Giovagnoli – oggi la nostra zona è particolarmente esposta. Sia a causa della vicinanza con la Repubblica di San Marino, luogo chiave per il riciclaggio. Sia per la natura stessa del territorio: per la criminalità, è più semplice penetrare nel settore turistico che in quello manifatturiero o industriale”. Fino ad alcuni anni fa in Riviera spadroneggiavano le cosche calabresi, mentre oggi il primato spetta alle famiglie legate alla Camorra. E se è vero che la presenza mafiosa sul territorio esiste da almeno un decennio , oggi ha dimensioni inedite. “Per molto tempo – dice Davide Vittori del Gruppo Antimafia Pio La Torre attivo a Rimini dal 2009 – ci siamo sentiti ripetere: c’è il pericolo di infiltrazioni mafiose sul territorio. Rischio? Pericolo? Si è sempre trattato di una realtà dei fatti”.

Il turismo romagnolo in difficoltà rappresenta per i clan una grande opportunità, come spiega Ranieri Razzante, professore di Legislazione antiriciclaggio nell’Università di Bologna e consulente della commissione parlamentare antimafia: “La priorità delle organizzazioni criminali è far girare i soldi nei luoghi dove c’è più necessità. In Romagna le famiglie camorristiche non sono interessate a insediarsi, ma a comprare attività in crisi, creando flussi in entrata e in uscita utili a ripulire il denaro. Un esempio: acquistano un albergo e anche se questo in un anno ha solo 10 clienti, loro hanno già guadagnato”.

E non è più solo il mafioso che si avvicina all’imprenditore in crisi, ma è lo stesso imprenditore a cercare e ad accettare l’aiuto dei boss, spesso nascosti dietro prestanome insospettabili. “Nell’ultimo semestre gli sportelli delle banche di Rimini hanno segnalato alla Uif oltre 300 operazioni sospette, quasi 250 tra Forlì e Cesena e 211 a Ravenna”.

di Martina Castigliani e Giulia Zaccariello