Voglio segnalare una serie di ottimi post dal sito www.climalteranti.it sull’allerta e la prevenzione di eventi meteorologici estremi e di breve durata, sempre più frequenti. Allerta e prevenzione riguardano atteggiamenti razionali che la collettività dovrebbe assumersi per prepararsi al cambiamento climatico già in corso, senza cedere all’angoscia o alla paura.

Continuo a pensare a quanto sia irreale il dibattito sulla crisi politica in corso e a quante balle scorrano nei programmi di tutti i partiti, quando basterebbe riflettere sulla difesa intransigente del territorio. Questo sì servirebbe a creare lavoro, alimentare lo spirito di solidarietà e di giustizia, attaccare la corruzione, difendere la qualità della vita, offrire nerbo e identità a un governo che guardi all’interesse generale. Forse nella composizione delle “commissioni dei saggi” uscite dal cappello di Napolitano c’è un qualche sentore di quello che il nostro comportamento prepara al pianeta e alle generazioni future?

Secondo l’Associazione Americana per l’Avanzamento della Scienza, nel 2012, il riscaldamento globale ha causato erosione e inondazioni nell’86% dei 226 villaggi Inuit in Alaska. Diverse isole del Sud Pacifico sono già scomparse a causa dell’innalzamento del livello degli oceani. Altre nazioni insulari minacciate, come le Maldive nell’Oceano Indiano e Tuvalu nel Pacifico, si stanno organizzando per trasferire le loro popolazioni.

Tutto questo ci appare lontano. Ne siamo sicuri? Oltre 10 eventi critici, solo dal 2009 fino ad oggi, hanno colpito l’Italia: dal nubifragio di Giampilieri alla devastazione delle Cinque Terre (ottobre 2011) o di interi quartieri a Genova nel novembre 2011. Fino agli ultimi nubifragi del 2012 che hanno devastato la Toscana e Catania (21 febbraio 2013). Le immagini sono sempre più quelle di strade di città che diventano torrenti zeppi di veicoli alla deriva e il bilancio è pesantissimo: oltre 70 morti.

Per il fatto di avere un pianeta più caldo, la frequenza e l’intensità delle piogge, e quindi delle alluvioni, possono aumentare. I fenomeni violenti sono difficilmente prevedibili e le procedure di allertamento oggi in atto, non bastano. Eppure ci sono meteorologi, idrologi, geologi, i “protettori civili”, i comunicatori del rischio, gli amministratori (prefetti e sindaci) e, infine, i cittadini. Si fa un gran parlare della rete, quasi sostitutiva di ogni nostra relazione, ma dove è la connessione strutturata tra i livelli di ricerca, di progettazione, di previsione, di allerta, di riparazione in caso di alluvione, dato che ormai 500mm di pioggia in 3 ore è una quantità possibile alle nostre latitudini?

Avete mai sentito parlare di piani di emergenza noti e gestibili dai cittadini nelle zone più esposte? Eppure esiste una norma europea, la Direttiva 2007/60 sulle alluvioni che obbliga i vari Paesi europei a definire le aree a rischio di inondazione e a proporre soluzioni e strategie di mitigazione dei rischi. Occorre quindi tenere le persone lontane dai pericoli e avviare azioni strutturali sui mezzi di protezione, lasciando da parte l’orripilante spending review, che sembra fatta apposta per inibire partecipazione, solidarietà e rispetto della vita.

E’ il caso di pensare a forme di comunicazione all’altezza dei problemi che invece si vogliono nascondere, a rubriche obiettive sui quotidiani e i media e, ancora, a un rafforzamento dei social network tematici, che avvicinano le persone alle istituzioni. Parliamone con serenità e con pacatezza, ma un mondo in cambiamento non si affronta con le ricette, le convinzioni e le informazioni del passato.

E’ irritante pensare che il Governo Passera-Monti abbia varato la nuova Strategia Energetica Nazionale proprio nell’ultima settimana della sua attività formale, confermando la sua insensata corsa al petrolio e al gas, agenti fortemente climalteranti. In combutta con le grandi corporation che si concentrano ancor di più su ardite perforazioni e imprevisti oleodotti, come quello che trasporterà sabbie bituminose dall’Alberta (Canada) al Golfo del Messico. Esponendo ad un impietoso confronto il freddo calcolo economico di Obama e delle lobby dei suoi elettori con la saggezza degli indigeni Iroquois del Nord America, che hanno incluso la “sostenibilità fino alla settima generazione” nella loro Costituzione, per garantire che ogni decisione importante tenga conto del suo impatto sul benessere delle sette generazioni a venire.