Bancarotta e manipolazione del mercato. Queste le ipotesi di reato al centro dell’inchiesta milanese sulla Sopaf dei fratelli Magnoni, quelli con una storica ragnatela di legami e amicizie trasversali che spaziano dalla cosiddetta finanza rossa a Silvio Berlusconi passando per i vertici di Mediobanca, che oggi ha registrato una perquisizione degli uffici della finanziaria sotto concordato preventivo, ma anche di abitazioni private.

Memorabile, per esempio, il ruolo di entrambi nella partita Telecom Italia ai tempi della scalata di Roberto Colaninno. Dove Giorgio giocava al tavolo degli investitori mettendo in piedi quell’Oak fund con base alle Cayman, alimentato da capitali di provenienza mai del tutto chiarita, che partecipò all’acquisizione benedetta da Massimo D’Alema, mentre suo fratello Ruggero, ex vice presidente di Lehman Brothers in Europa e, dal clamoroso fallimento della banca americana, numero uno di Nomura (si, la stessa dei derivati del Monte dei Paschi di Siena) nel Vecchio Continente, su quello dei consulenti del ragioniere di Mantova.

Sul fronte Berlusconi, poi, si ricorda che Ruggero, già banchiere di fiducia della Olivetti ai tempi di Carlo De Benedetti, negli anni novanta ha assistito il tycoon sudafricano Johan Rupert nell’operazione che lo ha portato a investire almeno 400 miliardi in Mediaset, che grazie anche all’apertura ad altri soci riuscì a salvare la controllante Fininvest dal tracollo. Senza contare che l’amministratore delegato del Milano, Adriano Galliani è stato fino a pochi anni fa azionista di peso della stessa Sopaf. 

E che si è sfilato giusto in tempo per evitare il tracollo che sta prendendo una piega davvero brutta. Le indagini, coordinate dal pm di Milano Gaetano Ruta e condotte dal nucleo di polizia valutaria della Guardia di Finanza milanese, infatti, avrebbero documentato un buco di quasi 200 milioni di euro, frutto, in particolare, di investimenti sbagliati e spericolati. Nel settembre scorso, uno dei principali creditori di Sopaf, Unicredit, aveva presentato istanza per chiedere il fallimento della società, che ha poi chiesto e ottenuto l’ammissione al concordato preventivo. L’accusa di aggiotaggio, invece, da quanto si è saputo, riguarda una comunicazione della società al mercato.

Naturale, quindi, che Giorgio Magnoni, in quanto ex presidente della holding, sia finito nel registro degli indagati insieme ad altri ex amministratori della società. Vecchi fantasmi ritornano, quindi, per la famiglia che il rischio ce l’ha nel sangue. Vicini al bancarottiere Michele Sindona, con il padre Giuliano che ne era stato socio in affari e il fratello Pier Sandro che ne aveva sposato la figlia e ne era diventato il braccio destro al punto da risponderne in tribunale, sono stati parte in causa in diverse operazioni finanziarie sul filo del rasoio. Per esempio nel 2005, ai tempi della tentata scalata ad Antonveneta targata Gianpiero Fiorani, i Magnoni si trovavano a fianco del banchiere lodigiano in veste di soci in Cartesio Alternative Investments, proprio mentre la Lehman di Ruggero era consulente dei rivali di Fiorani nella partita per la banca veneta, gli olandesi di Abn Amro. La differenza è che oggi i protagonisti sono loro.