A caldo non è stato semplice decifrare la mossa compiuta da Giorgio Napolitano. Ora, però, le idee sono più chiare. E appare evidente come la nomina dei dieci supposti saggi da parte del Presidente della Repubblica rappresenti il tragico compimento di un ventennio di non politica. Durante il quale il Paese non solo è stato portato alla deriva e sull’orlo del precipizio da una pseudo classe dirigente inetta. La Seconda e la Terza Repubblica, se mai sono nate, hanno infatti in sé una carico ancora più grave di responsabilità. Hanno rubato alla mia generazione, quella nata negli anni ’70, i sogni più belli, le ambizioni più oneste. Maturate per l’Italia, prima ancora che per se stessi. Perché radicate nel solco di un civismo, a volte sfociato in vero e proprio impegno, sollecitato e segnato dalle barbare uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

É vivo il ricordo della la sera in cui arrivò la notizia della strage di Capaci. Ero alle prese con un esame di Procedura Penale. Giurai a me stesso che avrei lottato per un Paese ripulito dalla fogna della malavita organizzata e che la mia “missione” di vita avrebbe dovuto coincidere con l’imperativo di un Paese che aveva bisogno di reagire e rinascere. Come me ragionarono decine di migliaia di ragazzi. Che, forse anche per questo, hanno investito con forza nella conoscenza, l’unica arma decisiva per evitare il baratro. Macinando così esami su esami, inanellando anni di sacrifici, rincorrendo specializzazioni, buttandosi in studi ed esperienze lavorative all’estero. Tutto ciò sul presupposto che, prima o poi, sarebbe arrivata l’ora di prendere in mano i destini dell’Italia.

Quell’ora non è mai arrivata. Diversamente da quello che è accaduto in altri Paese più civili, dove la spina dorsale è ormai fatta da chi è nato, appunto, negli anni ’70.

Dalle nostre parti, invece, i sogni e i progetti della mia generazione hanno dovuto fare a cazzotti con un quadro di desolante conservatorismo. Finendo tante volte al tappeto. In una lotta titanica per spazzare via, almeno in parte, le rendite di posizione sui cui si regge l’Italia. In ciò confidando, fino a parecchi anni fa, che la politica, quella con la p maiuscola, creasse le condizioni perché la mia generazione potesse prendersi cura del proprio destino e di quello del Paese.

Ma, come detto, le condizioni non si sono mai concretizzate. E, nell’ultimo ventennio, è stato un susseguirsi di “sberle” che è inutile richiamare. Sferrate da chi ha rappresentato, anche ai massimi livelli istituzionali, l’Italia.

L’ultimo schiaffo alla mia generazione è il varo della squadra di supposti saggi scelti dal Presidente della Repubblica.

In tanti della mia età, per l’ennesima volta, si erano illusi che fosse maturato, finalmente, il nostro tempo. A maggior ragione adesso che il partitismo era finito, con le proprie mani, sotto scacco.

Anche questa volta, invece, l’opzione è stata la strada più tranquillizzante, ma credo definitivamente suicida, della conservazione. Affidando il compito di tracciare un percorso per agganciare l’avvenire a chi, in tanti tra i 10 supposti saggi, ha invece lavorato perché ne fossimo privati. O non ha fatto assolutamente nulla per impedire che il Paese venisse scippato del proprio domani.

Una cosa appare certa, però: la designazione del “dream team” è, con molta probabilità, l’ultimo, disperato gesto di una leva politica, che gli eventi non solo di natura elettorale, ma pure gli smottamenti interni ad una partitocrazia moribonda, condanneranno al repentino tramonto.

Liberando, forse definitivamente, lo spazio perché i tanti e veri saggi presenti nella mia generazione assumano la guida del Paese. E perché le ricette per far tornare in carreggiata l’Italia vengono affidate a chi ha più fiato e soprattutto fame di futuro.