Una settimana dopo il mancato duello a Piazza Pulita tra Marco Travaglio e Piero Grasso, è possibile provare a fare un ragionamento meno passionale sull’accaduto. Non tanto sulle ragioni e i torti dei protagonisti quanto sul riverbero dei loro comportamenti sulla pubblica opinione. Da questo punto di vista, grazie a un’eterogenesi mediatica dei fini, l’effetto sull’informazione è stato positivo. Il duello a distanza tra Grasso (a Piazzapulita) e Travaglio (a Servizio Pubblico) secondo me è stato meglio del duello in contemporanea in campo neutro. Se il direttore de La7 Paolo Ruffini non avesse ceduto all’opportunità politica cancellando la disponibilità a un confronto domenicale straordinario, se Grasso fosse stato costretto a partecipare al duello con Travaglio nella cornice di Servizio Pubblico, magari con un altro conduttore, cosa sarebbe accaduto? Magari mi sbaglierò ma penso che alla fine lo spettacolo ne avrebbe certamente guadagnato ma l’informazione ne avrebbe risentito.

In un duello il vero obiettivo dei contendenti non è informare. Non c’è spazio per chi ama argomentare le proprie tesi permettendo al “contendente” di intervenire anche al fine di contribuire insieme alla visione delle tante sfaccettature di un problema complesso da parte dei telespettatori. In un duello ciascuno pensa solo a segnare un punto. Ogni mezzo è buono per prevalere, per evidenziare i tratti della realtà che coincidono con la propria traiettoria argomentativa. Gli unici fatti che devono esistere davanti alle telecamere sono quelli utili per sostenere la propria tesi e per mettere in cattiva luce l’avversario da mettere al tappeto. Eppure, per il telespettatore che cerca gli strumenti per capire, l’intervista solitaria di Grasso a Piazzapulita è stata più efficace del duello mancato di Servizio Pubblico. Tanto non mi è piaciuta la scelta di Grasso di convocare il duello, quanto ho apprezzato invece la sua disponibilità ad assoggettarsi alle domande, una scelta affatto scontata per un presidente del Senato. Tanto non mi è piaciuto il comportamento di Formigli prima della trasmissione, quanto ho apprezzato il suo sforzo di approfondire seriamente una materia ostica come la gestione della Procura di Palermo nel 2000 e la nomina di Grasso alla Superprocura nel 2005.

Se oggi milioni di italiani hanno capito che Piero Grasso è stato un procuratore molto furbo, che ha evitato di firmare l’appello Andreotti o che ha accettato la nomina a superprocuratore nonostante il centrodestra avesse fatto due leggi per bloccare il suo rivale, Giancarlo Caselli, lo si deve ai monologhi di Marco Travaglio ma anche alle domande di Formigli e alle risposte imbarazzate di Grasso.

Piazzapulita ha costruito un’ora e mezza di trasmissione su temi difficili come la gestione del pentito Giuffré o le leggi ad personam contro Caselli, che nemmeno Santoro aveva mai osato portare in prima serata per non rischiare un bagno di sangue con l’Auditel. Dopo la serie di tweet, spot e post della vigilia, tutti da dimenticare, Formigli in trasmissione ha tenuto una conduzione rigorosa ed efficace. L’intervista, concepita da Grasso per ripulire la macchia sulla giacca da aspirante premier, ha avuto un esito diverso. Al punto che Enrico Mentana ha scritto: “Non sono sicuro che la campagna mediatica del presidente Grasso a tutela della sua biografia si concluda con un saldo attivo”. Certamente il combinato disposto tra Piazzapulita e gli interventi di Marco Travaglio a Servizio Pubblico ha migliorato la conoscenza di Grasso e, quel che più conta, di vicende lontane e oscure della storia dell’antimafia. Per questo parlo di eterogenesi dei fini.

Ex ante, avrei sconsigliato i comportamenti di Grasso e Formigli, per non parlare di quelli di Paolo Ruffini, vero protagonista negativo della vicenda. Anche i toni di Marco Travaglio nell’equiparazione tra Piero Grasso e Renato Schifani o tra i nemici dell’igiene e i bravi colleghi della redazione di Piazzapulita, sono stati eccessivi. Eppure, il risultato finale di stecche e note dissonanti è stato una buona musica.

Travaglio ha esagerato a paragonare Grasso a Schifani. Grasso ha sbagliato a telefonare in diretta a Servizio Pubblico per pretendere un duello televisivo. Formigli ha sbagliato a intromettersi con la delicatezza di un elefante in una vicenda che coinvolgeva la reputazione di un collega e quella del presidente del Senato. Paolo Ruffini, direttore de La7 ha sbagliato a ritirare la sua disponibilità per uno spazio straordinario domenicale dedicato al duello, compiendo così una scelta politica, che tirava fuori dall’angolo Grasso e il Pd. Eppure alla fine la carambola di questi tiri sballati ha creato una bella azione da gol.

E oggi i telespettatori conoscono meglio il Presidente del Senato Piero Grasso, i suoi meriti e i suoi demeriti. In fondo i giornalisti, anche nell’era dei talk, dei post, dei tweet e dei blog, servono a questo.