Cupezza a cinque stelle. Molto si è detto delle scelte (e delle non scelte) politiche del Movimento Cinque Stelle, vincitore morale delle elezioni. Parecchio si è detto anche dei comportamenti dei parlamentari, lontanissimi dall’ortodossia e talvolta anche dalle buone maniere (che però non sono una “porcata” o un residuato della vecchia politica da spazzare via). Siccome non è il momento di fare troppo gli schizzinosi, si possono perdonare ai “pentastellati” gaffe e sbavature, anche in considerazione dell’improba fatica di dover imparare tutto in pochissimo tempo.

Due parole varrebbe la pena spenderle però per i toni che da un mese a questa parte ci siamo abituati ad ascoltare. Che sono d’incredibile cupezza, circostanza piuttosto strana per due ragioni. Primo: il leader è un comico. Secondo: il loro sbarco in Parlamento ha indubbiamente smosso una situazione paludata. Per esempio, ha costretto i democratici a rivedere le candidature per Camera e Senato e a inserire nel proprio programma provvedimenti che per anni sono stati solo sbiaditi slogan: un successo da salutare con soddisfazione. Invece permangono nei discorsi dei parlamentari cinque stelle accenti inutilmente tetri e intransigenti: troppo rigore per nulla?

Dopo il colloquio con Napolitano, Roberta Lombardi ha ripreso il collega Crimi che l’aveva improvvidamente chiamata “onorevole” e non “cittadina”: siamo tutti d’accordo sul fatto che il Parlamento sia stato abitato più da disonorevoli che da onorevoli, però questo eccesso di puntini sulle “i” diventa caricaturale. Le parole sono importanti, ma non sono solo pietre. Ed è chiaro, chiarissimo, che deputati e senatori grillini sono rappresentanti dei loro elettori, che così intendono il mandato parlamentare: non c’è bisogno di sottolinearlo ossessivamente. Aldo Grasso sul Corriere ha scritto che l’incontro Bersani – Cinque Stelle sembrava un interrogatorio della polizia bulgara. E un po’ è vero. Ha detto la Lombardi: “Mi sembrava di stare a Ballarò”, “sono vent’anni che stiamo a sentire queste parole”. Noi “siamo le parti sociali, i cassintegrati, i disoccupati, gli studenti fuori sede”. Al di là della sicurezza di sé che quando eccede diventa spocchia, oltre l’assenza di pars construens (dare un paio di nomi a Napolitano?), c’è questa inspiegabile pesantezza, forse confusa con la credibilità. Qualche sorriso non guasterebbe, così come un po’ di ironia. I parlamentari cinque stelle sono giovani, in ogni senso: forse possono affrontare questo momento di guado, del quale sono protagonisti, con più ottimismo. Nella più celebre tra le “Lezioni Americane”, Italo Calvino dice: “Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio (…).. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica”. Chissà che da Calvino, una lezione sull’importanza della leggerezza, non la accettino, in un Paese già appesantito da una crisi senza fine.

Il Fatto Quotidiano, 31 marzo 2013