Nel decimo canto dell’Inferno, Dante racconta il suo incontro immaginario con Farinata degli Uberti.

Farinata fu uno dei più acerrimi nemici dei Dante Alighieri, ghibellino emise editti di esilio nei confronti dei guelfi, tra cui Dante; cacciato a sua volta da Firenze organizzò la guerra contro la città, sfociata nella battaglia di Montaperti nella quale i ghibellini sconfissero i fiorentini esiliando nuovamente i guelfi.

Dunque Dante aveva motivi di odio quasi estremi nei confronti di Farinata; è sorprendente perciò la maniera nella quale lo descrive e cioè come un avversario “nobile” e con i suoi validi motivi, tanto da fargli dire, in relazione appunto alla battaglia di Montaperti che “colorò l’Arbia in rosso”: “a ciò non fui io sol, (disse) né certo senza cagion coll’altri saria mosso”.

Parole non ambigue; Dante riconosce che l’avversario più acerrimo abbia le sue ragioni e, se a questo si aggiunge che nel sesto canto cita Farinata come uno dei più degni cittadini di Firenze, il quadro diventa ancora più chiaro: Dante ci dice che anche in presenza dei dissidi più feroci non si deve mai perdere di vista la possibilità che l’avversario che ci si oppone abbia valide ragioni per farlo e che il fatto che proponga visioni della società molto diverse dalla nostre non lo rende per questo indegno.

Per venire ai giorni nostri, il triste spettacolo che la politica ci propone va nella direzione completamente opposta; tre forze pressoché equivalenti sono totalmente incapaci di dialogare anche se l’interesse comune (e quindi anche quello di ciascuna parte) suggerirebbe di trovare al più presto qualche forma di compromesso nel quale ciascuna parte rinunci ad alcuni dei suoi “desiderata” per riuscire a realizzare almeno alcune delle cose che ritiene giuste.

Uno spirito semplice, oppure un esaltato, definirebbero questo “inciucio”, ma la ricerca del compromesso e della via comune, anche se non è la propria prediletta, è l’essenza stessa della politica.

Sembra che i “magnifici tre” Berlusconi, Bersani e Grillo, desiderino oltre modo un’investitura plebiscitaria popolare che desse loro poteri di “dictator” dall’alto dei quali attuare tutte le proprie iniziative, sino all’ultima, senza trovare ostacolo e senza recepire alcunché delle idee dell’altro; esperienze già fatte molte volte nella storia dell’umanità e che non hanno mai portato a niente di positivo.

Nel dialogo, nella trattativa, non sembrano proprio sapere stare e farciscono questa loro incapacità di accuse di “irricevibilità” di “testardaggine”, di “disonestà” e via dicendo; in questo, l’ultimo arrivato, Grillo, sembra aver imparato benissimo gli insegnamenti negativi di vent’anni di politica urlata, di delegittimazione dell’avversario, il discepolo ha già superato i maestri.

Peggio che risse da bar, le quali contribuiscono a radicare ancora di più nei propri elettori la convinzione che qualche milione di connazionali che ha votato per una delle altre parti sia persona indegna e con la quale non si parla. Nel frattempo i problemi comuni si aggravano e questo modo di porsi astioso, ottuso e opportunista non solo ne impedisce la risoluzione, ma crea le condizioni per rendere la soluzione sempre più difficile e sempre più lontana.

In un post precedente avevo indicato come possibile soluzione l’uscita di scena di tutti i politicanti che per venti anni si sono insultati in parlamento e nelle televisioni; confermo che questa necessità è sempre più pressante e che a essa si abbina ora quella che Grillo e i suoi grillini si facciano anch’essi presto da parte poiché hanno dato in pochi giorni dimostrazione evidente della incapacità totale di dialogare nell’interesse di tutti, sembra che l’unica loro modalità di governo sia la dittatura delle idee: “si fa solo ed esattamente quello che dico io”.

Guardando i tre partiti e le loro mosse, verrebbe quasi nostalgia della elasticità di idee e della predisposizione al dialogo del Governo Monti e in particolare del Ministro Fornero.

Queste situazioni di incomunicabilità tra le parti e di rifiuto di riconoscere all’altro una qualche dignità politica hanno storicamente sempre portato a sanguinose guerre civili o a dittature quando una parte è riuscita a prevalere; eppure la storia non sembra insegnare abbastanza, almeno non ai nostri leader (?) politici ai quali consiglierei una lettura attenta del sommo Dante, che nel passo citato dimostra tutta la sua grandezza politica che lo differenzia dai politicanti, e una pausa di riflessione cosciente.

Non abbiamo bisogno di ulteriori fratture e di un altro voto che ribadisca le differenze; abbiamo bisogno di smussare gli spigoli, di tralasciare le diversità, di costruire sui pochi punti comuni e lentamente ripristinare un ambiente di confronto “sano”.

Se i leaders non sono in grado di farlo, cortesemente se ne vadano, portandosi dietro anche tutti i loro entourage; e facciano anche presto, che di tempo ne è rimasto poco.