Sono almeno 20 anni che si discute sulla democraticità o meno di Internet e più in generale delle nuove tecnologie. Diciamo soltanto che fra i due estremi, quello di una visione che dà origine a scenari iperpartecipativi di democrazia diretta e quello in stile orwelliano di un grande fratello controllore assoluto, esistono una varietà di posizioni, visioni, prospettive e scenari tanto complessi e articolati da essere difficilmente riassumibili in poche righe. Ma diciamo anche che qualche riflessione in questi giorni bisogna pur farla, perché l’avvento sulla scena del M5S sta obiettivamente portando, con grande afflato e con grande enfasi, il web e le tematiche ad esso legate al centro del dibattito e anche della relazione fra cittadini e politica.

Emergono alcune questioni: ma davvero la rete è il luogo iperdemocratico che molti descrivono? Davvero è lo spazio dove uno vale uno e dove non esistono condizionamenti di alcun genere? Davvero il web è un luogo di assoluta libertà, senza controllo alcuno, di dibattito libero e di flussi fluidi di comunicazione fra gli individui?

Dico subito una cosa, per fugare ogni dubbio: non appartengo a quelli che propendono per una visione del web in stile grande fratello, ma neppure a quelli che lo ritengono democratico in sé. Penso che sia un luogo ad altissimo potenziale democratico, che tuttavia necessita di una serie di regole condivise a garanzia delle libertà e dei diritti individuali e collettivi. E che necessita, inoltre, di una riflessione seria e molto ampia, ossia aperta al più alto numero possibile di persone, su alcuni aspetti costitutivi, come dire fisiologici del web.

Partiamo ad esempio dalla considerazione che un enorme volume di interazioni e di contenuti presenti online è di natura commerciale e/o produttiva e che addirittura alcune delle più grandi community esistenti siano di tipo commerciale. Non ho dati precisi al riguardo, ma non ho alcun dubbio nell’affermare che la rete è un enorme spazio mercantile, dove ci si informa sulle merci, i prodotti e i servizi, e dove li si vende e li si acquista. E non ho neppure alcun dubbio nell’affermare che pur essendo presente online una quantità di merci difficilmente reperibili altrove, nei negozi fisici delle nostre città, sul web sono presenti in enormi possibilità di offerta tutti i prodotti di tutti i più grandi brand internazionali. Banalizzo, ma il web è il più grande iper-megastore esistente, l’unico in cui si può comprare veramente tutto quello che esiste. È quindi un luogo di relazioni commerciali, soggetto alle leggi, seppur modificate, della domanda e dell’offerta, che, molti lo sanno, null’altro sono che relazioni di forza – pressioni, difese, contrattacchi, sotterfugi – dove i soggetti che si confrontano non sono paritari.

Pensiamo poi ai motori di ricerca. Internet non nasce coi motori di ricerca incorporati, però sin da subito, dal 1993 qualcuno si preoccupa di mettere a punto dei sistemi per aiutare gli internauti a trovare le cose. Ma quali siano i criteri utilizzati per aiutarci non lo sappiamo tanto bene, anche perché questi criteri costituiscono un segreto industriale che determina il vantaggio competitivo sulla concorrenza. L’algoritmo di Google è come la formula della Coca Cola. Non a caso sono i due brand più famosi del mondo e non a caso i proprietari del primo sono fra i 15 più grandi stramiliardari. Dei motori di ricerca possiamo dire alcune cose: che il limite fra pubblicità e non pubblicità è abbastanza sottile e non sempre percepibile dagli utenti, anche abituali; che quanto più le nostre domande sono precise, tanto più i risultati si restringono e quindi questo esplicita la necessità di una certa competenza da parte degli utenti; che visti i guadagni dei loro proprietari, la finalità principale non è proprio filantropica.

E che dire di tutte quelle piccole cose come i cookies o i web bugs che ci agganciano mentre noi ci muoviamo in rete e ci seguono ovunque e ci “profilano” e poi stranamente quando andiamo su Google ci fanno apparire le pubblicità delle cose che ci interessano di più? Certo, possiamo dire che sono una forma di servizio, ma possiamo anche dire che costituiscono un meccanismo di controllo.

Certo, qualcuno dirà: ma il web non è solo questo, questa è la superfice. D’accordissimo, ma è la dimensione in cui si muove la stragrande maggioranza degli utenti. La quale non percepisce come intrusive alcune pratiche, ma anzi le considera un ottimo servizio, sottovalutando invece che questo servizio è possibile solo grazie ad una costante violazione dei propri dati personali. Se c’è un pericolo, non è tanto l’essere riempiti di pubblicità, ma il rischio di un’abitudine al controllo, che scivola così in maniera dolce e non traumatica.

Ed eccoci infine alle questioni che maggiormente riguardano i processi democratici. Innanzitutto bisogna domandarsi se, come si sente dire un po’ troppo frequentemente ultimamente, il succo della democrazia consista nella deliberazione (quindi nel voto) o nella partecipazione alla discussione. Perché se consiste nella deliberazione, allora siamo già un paese ampiamente democratico, fra i più democratici al mondo, visto che si vota a ogni pie’ sospinto e paradossalmente non avremmo bisogno della rete. Se invece consiste nella partecipazione alla discussione, be’ allora da un lato è normale che nella discussione si esprimano posizioni differenti, ci sia uno scambio dialettico di punti di vista diversi; dall’altro sorge spontaneo il dubbio che l’idea di una cittadinanza che risolve i problemi votando da casa propria continuamente, non solo non soddisfi la condizione minima della partecipazione alla discussione, ma ponga almeno altre due questioni.

La prima: chi è che decide su cosa si vota? Oggi esiste un Parlamento dove ci sono della persone legittimate dalla delega del cittadino a proporre leggi, e a votarle. Ma in mancanza di questo, chi è legittimato a proporre leggi da votare? Chi pone il quesito a cui debbo rispondere si o no?

La seconda: il voto on line garantisce sicuramente la certezza, grazie all’autenticazione, che abbia votato la persona abilitata a farlo e, grazie ai sistemi informatici stessi, la segretezza del voto. Ma una cosa non la può garantire: che il voto sia avvenuto in condizioni di sicurezza e prive di coercizione, così come avviene nella cabina elettorale, dove entra solo chi vota. Chi garantisce che mentre sto votando online, da casa mia, seduto sul mio divano, col bel portatile sulle ginocchia, non ci sia nessuno che mi punta un fucile alla tempia?