L’ultima botta, terribile, alla credibilità internazionale del Paese è arrivata con la figuraccia del Governo nella vicenda dei due marò. Con l’indiretta conseguenza di incrinare ancora di più l’attrattività dell’Italia per potenziali investitori. In ciò aggravando un quadro in cui arcinoti e stratificati fattori “ambientali” tengono lontani possibili investitori stranieri dal nostro paese. E che ci valgono le retrovie, al pari di paesi come lo Zambia e la Colombia, nella classifica annuale della World Bank sulla competitività e attrattività internazionale.

Eppure noi abbiamo tremendo bisogno di catalizzare investimenti esteri. In particolare quelli tesi ad impiantare nuove industrie, i cosiddetti investimenti greenfield. Per ragioni evidenti. Perché è urgente rafforzare un tessuto produttivo stremato dalla crisi, ma soprattutto inadeguato ad affrontare sfide globali sempre più pressanti.

E perché gli IDE producono una formidabile spinta alla crescita. L’ultima analisi elaborata dal Comitato Investitori Esteri di Confindustria conferma come ogni 10 miliardi addizionali di IDE si generano 2,5 miliardi all’anno di valore aggiunto diretto, 1 miliardo di valore aggiunto sull’indotto ed addirittura uno 0,23% di crescita strutturale del PIL.

Sulla nostra incapacità di attrarre investimenti esteri (IDE) pesano politiche insulse di difesa dell’italianità (casi Alitalia, Parmalat e, più recentemente, Ansaldo Energia docet) e una diffidenza di fondo verso chi non possa vantare solide radici italiche. Ma i numeri relativi agli IDE sono esigui anche perché facciamo da troppo tempo i conti con una frammentarietà nelle politiche di attrazione degli stessi.

Basti pensare che l’Italia, nel periodo 2005-2010, ha visto avviati solo 18 progetti imprenditoriali esteri ogni milione di abitanti, contro i 36 della Germania, i 49 della Francia e gli 80 del Regno Unito.

Per giunta, nella massimizzazione della tensione tutta italiana a considerare il proprio territorio il centro del mondo, negli ultimi 15 anni abbiamo visto mettere in campo – da parte di Comuni, Regioni, Province, Camere di commercio, associazioni datoriali, consorzi ed enti vari – una vastità di iniziative velleitarie e senza respiro. Che, con rarissime eccezioni, oltre a bruciare energie e finanze perlopiù pubbliche, hanno finito per aggravare il gap dagli altri paesi rispetto alla capacità di intercettare investimenti stranieri.

Il nostro Paese non figura infatti neppure tra le prime 20 economie mondiali catalizzatrici del flusso planetario di IDE. Che, come si evince dal rapporto Italia Multinazionale, nel 2011 è stato pari ad appena il 15,2% del Pil. Un dato, questo, significativamente inferiore a quello medio mondiale (pari al 28,7%), a quello dell’insieme dei paesi sviluppati (31,5%), a quello dell’Europa (43,2%) e dell’Unione Europea (41,4%), nonché a quello dei competitors europei (Francia 34,7%; Germania 20%; Spagna 42,1%).

Aveva rappresentato una buona notizia l’avvio, con il Decreto Crescita 2.0, di Desk Italia: una sorta di sportello unico nazionale con compiti di coordinamento delle politiche sugli IDE. Peccato, però, che di Desk Italia e del lavoro della cabina di regia per l’internazionalizzazione, deputata appunto a dettare le linee guida anche in materia di IDE, non si sappia più nulla.