Circa cento copie distribuite in tutta Italia, 5 milioni di euro di budget e undici settimane di set in Amazzonia: si presenta così Un giorno devi andare, il nuovo film di Giorgio Diritti, già passato in anteprima sugli schermi del Sundance di Robert Redford a gennaio e da giovedì 28 marzo nei cinema italiani.

La terza opera del regista bolognese, scoperto nel 2005 con Il vento fa il suo giro quando all’anagrafe segnava già 46 anni, è un tassello prezioso di un percorso cinematografico personalissimo che non si è mai fermato, nel breve volgere di tre lungometraggi in otto anni, di fronte alle avversità produttive e distributive, ai gusti di mercato, alla commercializzazione dell’arte.

Protagonista di Un giorno devi andare è Augusta (Jasmine Trinca), una giovane donna italiana che si allontana dalle avversità della sua vita “italiana” iniziando un viaggio su una piccola barca lungo il corso del Rio delle Amazzoni, accompagnando suor Franca (Pia Engleberth), un’amica della madre, nella sua missione presso i villaggi indios. Ma lo scontro con alcune contraddizioni della cosiddetta colonizzazione degli indigeni attraverso la religione, la portano a proseguire il suo percorso di ricerca di sé stessa prima in una favelas sulle palafitte, comunità limitrofa al benessere della metropoli Manaus, infine ad un’isolante ultima tappa separata dal mondo e immersa nella natura.

“Anni fa avevo realizzato alcuni documentari in Amazzonia”, spiega Diritti al Fatto Quotidiano.it, “In quell’ambiente dove si dilatano i tempi, dove la natura richiama forte il senso di precarietà della condizione umana rispetto alla vastità dell’universo, il pensiero sul chi siamo, da dove veniamo e cosa facciamo sulla terra, diventa naturalmente parte del quotidiano, soprattutto nei lunghi spostamenti sul fiume dove la sospensione sull’acqua diventa affine alla sospensione del pensiero”.

La macchina da presa di Diritti si lascia così cullare dalla curiosità documentaristica dell’inesplorato, come dalla possibilità di ampliare all’infinito lo sguardo, ma àncora il proprio oggetto d’analisi alla complessa dicotomia tra spirito e materia, tra fede e pragmatismo: “La fede in qualcuno o qualcosa non è mai data, va cercata. Non posso dire che il mio personaggio, Augusta, l’ha trovata, ma trovo interessante che nella sua vita come nella nostra si senta questo travaglio della ricerca. Nel film il mistero di queste ricerca cammina, affiorano certezze, si comprende il valore della vita comunitaria, la bellezza della natura, la gioia di un bimbo”.

“Credere o non credere, non so rispondere”, prosegue Diritti citando una delle sequenze più emozionanti del film, “Ma la preghiera fatta da ragazza brasiliana arrivata in Italia alla fine del film, una preghiera totalmente laica e altissimamente religiosa penso faccia comprendere il valore della vita nella semplicità”.

Un percorso intimo che però fa tappa e trova ostacoli nell’edilizia sfrenata dell’uomo bianco e in qualche missionario della sacra chiesa che pronuncia parole da eugenetica: “Ho incontrato anche missionari così ed è stato facile riproporli, sono anche queste espressioni del fare in quelle condizioni. Ci troviamo inseriti in un meccanismo su ciò che facciamo talmente distante da dove siamo partiti che non ce ne rendiamo conto, ma la mentalità da bianchi colonialisti, quella dei portoghesi andati là cinquecento anni fa a conquistare terre e anime, c’è sempre. La Chiesa Cattolica ha eretto vere e proprie cattedrali nel deserto, con la stessa mentalità dei villaggi turistici, disboscando e pianificando la vita di migliaia di persone e snaturando spesso il loro senso di comunità”.

Un plauso, infine, a Jasmine Trinca, eroina solitaria e viaggiante, prova psicofisica alla Herzog, donna tra le donne, in un film dove gli uomini o non appaiono o, se appaiono, dicono sciocchezze e banalizzano il creato: “Questo film ha accettato me”, spiega la protagonista del film, “e non ho accettato questa parte per compiere una performance attoriale, semmai sono andata in Amazzonia aperta all’incontro prima con gli indios poi con la comunità della città, infine con la natura”.

Produce Arancia Film di Simone Bachini e dello stesso Diritti, assieme al supporto importante di Lionello Cerri, il produttore di Silvio Soldini.