Oltre al lavoro e alla stabilità economica, gli italiani si preoccupano sempre di più di cosa poter mettere in tavola. I morsi della crisi somigliano sempre più a quelli della fame, secondo i dati di Coldiretti e di altre associazioni di categoria, e questo muta anche la salubrità degli italiani. Alle tavole del Belpaese si mangia sempre più pasta, sempre meno carne, meno pesce, meno frutta e verdura e si consuma meno vino e meno olio d’oliva. Il risultato più morbido di questo scenario è che ci si rivolge sempre più all’aperitivo per sostituire la cena al ristorante e che 33 milioni di italiani sono più attenti agli sprechi alimentari e non si vergognano di chiedere la “doggy-bag” quando sono fuori a cena. Mentre uno degli effetti sociali che impone più attenzione riguarda il fatto che il 44% degli italiani nell’ultimo periodo ha dichiarato di andare più spesso a mangiare da genitori e parenti, per ammortizzare la spesa alimentare quotidiana. E questo modifica già nel breve periodo le nostre abitudini e la nostra società. Partendo dai dati specifici che fotografano il calo della spesa alimentare in Italia, abbiamo chiesto a Rolando Manfredini, responsabile qualità e sicurezza alimentare della Coldiretti, che effetti pratici potrebbero essere provocati dalla diminuzione del consumo di certi prodotti.

Manfredini, secondo Confcommercio in Italia si mangia sempre meno carne rossa, precisamente il 7% in meno del 2012: significa che 6 milioni di italiani dichiarano di non poter acquistare carne in maniera continuativa (cioè almeno una volta ogni due giorni). Cosa vuol dire per la nostra salute?
Significa che senza le proteine animali gli organismi possono soffrire una carenza di sviluppo, soprattutto quelli più giovani: in particolare, sono gli adolescenti ad avere più bisogno di questo tipo di proteine.

Secondo i vostri dati, nel 2012 ogni italiano ha mediamente rinunciato a 48 kg di frutta e verdura rispetto al 2008: in pratica, -13% negli acquisti di questi alimenti. Coldiretti afferma che l’aumento dell’influenza, che ha colpito il 15% di italiani in più nell’inverno 2013 rispetto alla stagione passata, dipenda anche da questa diminuzione di spesa.
L’abbandono della frutta e verdura significa non utilizzare gli antiossidanti necessari ed esporsi di più alle malattie stagionali. In pratica, significa che d’inverno non ci sono vitamine sufficienti per contrastare le infermità di stagione e d’estate si traduce in una carenza dei sali minerali necessari per compensare le perdite di liquidi.

Anche il consumo di pesce è calato del 3% nelle tavole italiane durante l’ultimo anno. Quali sono le implicazioni di questa riduzione?
Consumare meno pesce, uno degli alimenti base della dieta mediterranea, significa assumere meno Omega-3, acidi grassi che contrastano le malattie cardiovascolari: diminuirne l’assunzione significa esporsi all’insorgenza di malattie legate, ad esempio, all’aumento del colesterolo.

Invece, nell’ultimo anno è aumentato il consumo di pasta dell’1%. Si tratta di un alimento tradizionale ma anche economico. Quali sono le implicazioni di questo dato?
Assumere tanti carboidrati significa esporre ad uno squilibrio la dieta e a un ingrassamento eccessivo il fisico. Oggi i bambini italiani sono tra i più obesi al mondo. Vuol dire che non provvediamo ad una corretta alimentazione dei nostri figli e nel lungo periodo ciò può implicare una più alta mortalità dei soggetti sovrappeso.

Infine, colpisce il dato che mostra come nel 2012 siano stati consumati 40 milioni di litri di vino in meno rispetto al 2011: sicuramente un bene per chi eccedeva oltre il bicchierino della staffa. È sempre Coldiretti a segnalare poi come sia vero che il 46% degli italiani abbia problemi di sovrappeso, ma sorprendentemente negli ultimi tre anni oltre 250mila persone abbiano scelto di dimagrire e siano ora in perfetta forma: un dato in controtendenza rispetto alle rilevazioni precedenti. Per questo, un ritorno all’essenzialità può anche essere virtuoso se aiuta la salubrità: l’importante è che sia causato da una scelta consapevole e non dall’impossibilità di poter comprare il cibo necessario per una corretta alimentazione.

di Gianluca Schinaia

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