Avanti Cristo e dopo Cristo. Lo spartiacque è di quelli storici: Giorgio Napolitano ha risparmiato a Pier Luigi Bersani di presentarsi al Quirinale il venerdì di Pasqua per la crocefissione. Salvo richieste degli altri partiti, domani sera il premier (pre) incaricato salirà al Colle e comincerà a fare i conti con il pallottoliere davanti al Capo dello Stato.

Dopo il “no” in mondo visione ricevuto dal MoVimento 5 Stelle, Bersani può portare a casa i 158 senatori necessari per votare la fiducia a un suo governo (in realtà dovrebbero essere almeno un paio in più per convincere Napolitano) solo con l’aiuto di Monti e della Lega. Dal Pdl il premier (pre) incaricato non vuole un sostegno esplicito, ma solo l’appoggio (esterno) dell’alleato più fedele. I conti sono presto fatti: Il Partito democratico ha 106 voti, Sel 7, Scelta civica 21, la Lega 16, gli autonomisti 10. Totale 158. Più il consenso di un altro senatore a vita (Colombo) ed eventuali senatori del gruppo GAL. Con questi numeri Bersani farebbe partire il suo esecutivo, che cercherebbe di volta in volta sostegno della destra o dei grillini a seconda delle riforme proposte (economiche ed elettorali con i primi, conflitto d’interessi e ineleggibilità con i secondi). Ma restano meno di 24 ore per assicurarsi questi voti, che non arriveranno senza l’apertura di una trattativa seria sul prossimo nome per il Quirinale con il Pdl. Perché Berlusconi, dopo la prova di forza di sabato scorso a Piazza del Popolo, tiene il partito di Maroni a un guinzaglio molto più stretto.

Al Colle, naturalmente, si sta già pensando a un piano B. Se Bersani non avrà i numeri toccherà a Napolitano proporre un nome sul quale far convergere due delle tre maggioranze presenti in Parlamento (Pd-Pdl-M5S). E qui si aprono due strade percorribili. Una è quella di cercare il profilo di un esterno alla politica che possa essere riconosciuto come “premier a 5 stelle”. Il classico esempio è quello del giurista Stefano Rodotà, che potrebbe raccogliere i voti democratici e quelli dei grillini. “Se Napolitano fa un altro nome è tutta un’altra storia” ha detto oggi il capogruppo al Senato M5S, Vito Crimi. Una dichiarazione che sicuramente scalfisce il muro invalicabile del MoVimento. E’ chiaro però che Napolitano deve avere la certezza assoluta dell’appoggio al personaggio in questione. Non può rischiare un “suicidio” politico in Parlamento.

L’altra strada invece è quella di fare un nome sul quale potrebbero convergere Pd e Pdl, o almeno una parte di essi, per un governissimo. “Un nome istituzionale, con buona considerazione Europea” ha fatto intendere il Quirinale (Saccomanni? Cancellieri? Amato?). Anche perché lo spread è tornato a superare i 350 punti, cosa che non succedeva da settembre. E l’urgenza di stabilizzare politicamente il Paese è quanto mai prioritaria. L’unica certezza in più che abbiamo oggi è che se non ci sarà un governo Bersani ci sarà un governo “dopo Bersani”. Ma a chi spetterà l’onere della prova? Per dirlo con le parole del deputato a 5 Stelle Andrea Cecconi: “Andare a votare senza averci nemmeno provato non è plausibile”.