Il 25 marzo 1957 sono firmati a Roma gli accordi per il Mercato comune europeo che portano alla nascita della Cee (Comunità economica europea) e alla costituzione dell’Euratom, la Comunità europea dell’energia atomica. Il processo di costruzione dell’Unione europea che conosciamo oggi è un puzzle di accordi che hanno generato un’imponente architettura, per quanto ancora incompleta e per diversi aspetti deludente.

Per valutare il valore del progetto occorre fissare il punto di partenza. Le due guerre mondiali del Novecento hanno la loro genesi nei nazionalismi europei, che sono a loro volta il prodotto di una incontrollata volontà di potenza e di accesi odi revanchisti che dalle guerre napoleoniche si trascinano fino alle macerie dell’aprile 1945. Su questa tragica lezione le classi dirigenti dell’Europa occidentale hanno compreso che occorreva creare le istituzioni per una cooperazione stabile, più che covare striscianti conflitti e nuove divisioni.

L’Europa che nasce nel secondo dopoguerra ha una matrice continentale saldata sull’asse Parigi – Bonn. Senza una comunità di intenti tra la Francia e la Germania la comunità europea non sarebbe esistita e sono i francesi Robert Schuman e Jean Monnet a capire che la Francia e la Germania non dovevano mai più essere nemiche.

Il processo di confluenza verso una struttura comune è favorito dalla contrapposizione per blocchi che si forma con la guerra fredda, con una cortina di ferro che taglia a metà il continente europeo in due aree di influenza – sovietica e statunitense – che poi diventeranno anche due aree di contrapposta integrazione economica.

Gli Stati Uniti, per esigenze strategiche, sostengono l’integrazione europea e non disprezzerebbero nemmeno un blocco di stati uniti europei contro l’Urss. La Gran Bretagna resta sul guado (entrerà nella Cee soltanto nel 1973) ponendosi come intermediario fra l’Europa occidentale e gli Usa.

Antesignano del trattato di Roma è la costituzione, nel 1951, della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca), due risorse strategiche per la ricostruzione postbellica, già al centro di rinascenti tensioni franco-tedesche, ma  l’accordo raggiunto trasforma le frizioni in punto d’incontro. Il momento fondante è la parziale cessione di sovranità che ciascuno Stato deve compiere per il bene comune. Viene da lì, la prima Europa dei 6 (Francia, Germania, Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo). Jean Monnet nel febbraio 1955 già vagheggiava gli Stati Uniti d’Europa perché “i nostri paesi sono divenuti troppo piccoli” –diceva- immaginando un mondo di confronto globale non solo tra Urss e Usa ma anche, con notevole chiaroveggenza, tra India e Cina come future competitrici dell’Europa.

Il trattato di Roma del 1957 stabilisce le modalità di un’unione doganale, con comuni politiche agricole e commerciali. Il successo di questa iniziativa è denotato dalla richiesta di ingresso di Gran Bretagna (De Gaulle ne aveva impedito l’ingresso negli anni Sessanta), Irlanda e Danimarca che entrano nel 1973, non certo per convinta vocazione europeista, ma per convenienza, specialmente la Gran Bretagna anche se rimarrà sempre ritrosa (come oggi Cameron) a cedere pezzi della sua sovranità all’Europa.  

Tutti i successivi allargamenti della Comunità – che dal primo novembre 1993 diventa Unione europea – non nascono da ragioni ideali, ma i nuovi Stati entranti valutano con interesse l’area europea perché garantisce una più rapida crescita e una maggiore stabilità economica. Oggi gli Stati membri sono 27 (a luglio entrerà la Croazia), 17 paesi hanno l’euro come moneta e la Lettonia, in rapida espansione economica, ha chiesto di adottarlo.

Il passo successivo – che ha portato alla creazione dell’Unione europea – si poggia su tre pilastri: una politica estera e una sicurezza comuni, una giustizia comune, un’economia monetaria. Sul secondo e terzo punto sono stati fatti importanti passi avanti, ma su politica estera e difesa comune l’Unione europea ha subito clamorose sconfitte che ne hanno svilito il peso internazionale:

1) in tutte le fasi delle guerre di decomposizione della ex Jugoslavia negli anni Novanta, l’Europa non è riuscita ad avere una linea comune privandosi della forza diplomatica necessaria a costruire un processo di pace. In Serbia e in Kosovo, nel cuore del continente europeo, sono dovuti intervenire la Nato e gli Stati Uniti;

2) dopo l’invasione Usa dell’Iraq nel marzo 2003, l’Unione europea si è presentata un’altra volta in ordine sparso con differenti posizioni: Gran Bretagna e Polonia hanno inviato delle truppe, l’Italia ha fornito l’appoggio diplomatico, la Francia e la Germania si sono opposte al conflitto.

Sul piano economico l’attuale Patto di stabilità e crescita è distante dalle esigenze di rilancio. Possibile che in un’Europa dove la somma del prodotto interno lordo dei singoli Paesi sarebbe da prima potenza mondiale, non si riesca a concepire che modeste politiche all’insegna dell’austerità, a loro volta fautrici di ulteriore recessione?

Altro punto dolente: l’Unione europea è un presidio di democrazia? Teoricamente sì, ma il governo dell’ungherese Viktor Orban sta infrangendo il diritto comunitario con una serie di provvedimenti liberticidi come la riduzione dell’autonomia del potere giudiziario e la limitazione della libertà di stampa. Le istituzioni europee hanno espresso le loro critiche, ma oltre a questo non si è andati, con la conclusione che nell’Ue può starci anche un Paese a democrazia limitata come l’Ungheria.

Molte cose mancano ancora all’Europa: una costituzione (abbandonata nel 2009 dopo le bocciature referendarie in Francia e Olanda), un governo e un presidente eletti dai cittadini.

L’integrazione europea è giunta a un punto che richiede passi successivi. Se questa Europa rimane incompiuta rischia di sgretolarsi al persistere delle crisi, all’affiorare di populismi e localismi. Più che idealismo (nessun dubbio che l’europeismo sia una nobile aspirazione) serve – sempre e soltanto – un’istituzione che si accrediti per la sua capacità di arginare la crisi andando oltre ciò che i singoli Stati non riescono a fare. E’ giusto che i cittadini facciano un passo verso l’Europa, ma è indispensabile che l’Europa agisca in forma trasparente nell’interesse dei suoi cittadini, a cominciare da quelli in difficoltà economica e in cerca di lavoro. Se vogliamo morire europei – dopo essere nati francesi, tedeschi o italiani – non c’è altra strada.