Ieri, domenica delle Palme, si è celebrata la tragica ipocrisia del popolo che prima accolse festoso l’ingresso di Gesù in Gerusalemme, per poi voltargli le spalle, appena pochi giorni dopo, preferendogli il bandito Barabba.
Neppure Ponzio Pilato, rappresentante del potere imperiale romano, condivise questa scelta, tant’è che per ben tre volte cercò di risparmiargli la vita: “Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte. Lo castigherò severamente e poi lo rilascerò.”
Ma la folla insistette determinata, fino ad ottenere la sua crocifissione e il rilascio di Barabba. Si dice che in quell’occasione la folla fosse stata, almeno in parte, corrotta con denaro da Caifa.
Questo mi ricorda molto i pulman dei figuranti dell’altro giorno, pagati 10 euro per sostenere Berlusconi durante la sua manifestazione di piazza. E già su questo ci sarebbe di che riflettere sconsolati: il prezzo della dignità è sceso davvero così in basso nel nostro paese?
Ma io vorrei qui sviluppare un’altra riflessione e chiedermi piuttosto: poniamo pure che una parte della folla fosse stata comperata, ma tutti gli altri? Non è immaginabile, né sostenibile, che tutti fossero stati corrotti. In nessuna delle due tristi circostanze. Sorge dunque spontanea una domanda inquietante: ma la folla sceglie sempre Barabba? Perché, se così fosse, la democrazia stessa apparirebbe profondamente delegittimata nel suo valore. E a poco servirebbe sottolineare che si tratta comunque del miglior sistema che si sia trovato nel corso dell’intera storia umana per ridurre al minimo i rischi di despotismo ed orrori. Sarebbe sufficiente ricordare che anche Hitler fu eletto democraticamente per rispondere a questa considerazione.
Scrivo questo -sia chiaro- non certo perché io intenda qui disconoscere il valore della democrazia, anzi tutt’altro, credo che essa non sia mai troppa e semmai dovrebbe evolvere qualitativamente -come per fortuna sta già avvenendo in molti settori- verso forme di partecipazione diretta (reali e non illusorie) che affianchino e completino quella di rappresentanza.
 
Tuttavia la domanda iniziale rimane e merita una risposta. Io credo sia giusto riconoscere che la folla non sceglie sempre Barabba ed utile chiedersi perché questo avvenga.
Prendiamo ad esempio la pagina storica dei referendum del 2011 sull’acqua pubblica e contro il nucleare. In quell’occasione 27 milioni di italiani, pari al 57% degli aventi diritto, si espresso chiaramente -a mio avviso- non soltanto sullo specifico dei quesiti referendari, ma più in generale su una visione della società e direi quasi della vita, in cui il bene comune, di tutti, deve prevalere sugli interessi privati, di pochi.
 
Ma come fu possibile quel risultato straordinario? Penso sia importante anzitutto sottolineare il fatto che su quei temi la folla era stata lungamente e correttamente informata. Il successo dei referendum, infatti, inizia almeno 12 anni prima, quando il Movimento per l’acqua inizia a seminare, tenacemente, appassionatamente, ostinatamente, creativamente, persino allegramente come mostravano nitidamente alcune coloratissime iniziative, per creare nell’opinione pubblica una consapevolezza collettiva sull’importanza di questa scelta e sui suoi reali contenuti.
 
Ecco, possiamo dire allora per prima cosa che la folla, forse, non sceglie Barabba se è correttamente informata. Ma questo non basta.
Non basta perché in realtà molte delle nostre scelte personali non vengono dal cervello, ma piuttosto dal cuore, se non addirittura dalle viscere. Non sono cioè il frutto di riflessioni, ma delle emozioni che spesso qualcuno ha saputo alimentare in noi.
Questa semplice considerazione non sfugge, ovviamente, a quanti intendono manipolare le coscienze, generando paure, creando mostri, spostando abilmente l’attenzione all’occorrenza, per evidenti secondi fini personali. Gli esempi potrebbero essere qui innumerevoli e purtroppo tutti concordanti.
Il punto, allora, mi pare quello di focalizzare l’attenzione non solo su una corretta informazione, precondizione certamente necessaria, ma anche e forse soprattutto su una corretta educazione ai sentimenti, che produca quella autoconsapevolezza indispensabile affinché ciascuno possa dirsi realmente libero e affinché la folla possa non scegliere Barabba.
Educare a riconoscere le proprie emozioni, che sono sempre vere e autentiche, ma al contempo a distinguerle da ciò che le ha prodotte, che invece potrebbe anche essere falso, mi pare allora il cuore della sfida che abbiamo dinanzi a noi come società, a livello educativo e culturale, ma non solo. Perché una società inconsapevole non solo non produce benessere, ma soprattutto non permette di esprimere il meglio di sé a nessun livello, neanche su un piano professionale e quindi anche economico. E sarà inevitabilmente portata a scegliere Barabba.
Continuiamo allora a promuovere consapevolezza, cognitiva ma anche affettiva, in ogni modo e attraverso tutti i linguaggi possibili. E facciamolo tutti!!!
Ciascuno a partire dal proprio vissuto quotidiano. Non delegando questo compito ai soli professionisti dell’informazione o dell’educazione.
Perché come ricorda un proverbio africano: “Ci vuole un intero villaggio per educare un bambino.”