La disoccupazione giovanile ha raggiunto nella comunità europea livelli di guardia e, nel contesto nazionale, addirittura numeri drammatici. Non vi è uomo pubblico che non ne parli, ma la situazione, invece di migliorare, sta peggiorando di giorno in giorno.

L’impermeabilità del mondo politico dimostra la sostanziale incomprensione delle cause che sono alle radici del problema: quella che si sta vivendo non è solo una crisi economica ma prima ancora etica e culturale. La classe politica da troppi anni ha abbracciato la politique d’abord, ossia un modello di semplice amministrazione del presente, espungendo di fatto il futuro dalla propria considerazione. La “presentificazione” del politico è diventata il progetto della classe dirigente italiana senza grandi distinzioni tra centrodestra e centrosinistra.

Vi è un automatismo strettissimo tra questa prospettiva e la disoccupazione giovanile. Basti riflettere sulle contorsioni linguistico-concettuali che ipotecano l’odierna impasse istituzionale (governo di scopo, l’unione di due debolezze, governo condizionato) per rendersi conto della distanza profonda che ormai separa l’opinione pubblica dai nostri protagonisti politici.

Il consiglio disinteressato di un intellettuale, un piccolo vademecum per il premier incaricato: leggere o rileggere un grande romanzo, del 1913, L’uomo senza qualità di Robert Musil, riproposto in una esemplare nuova traduzione di Irene Castiglia con una lucidissima introduzione di Micaela Latini (Newton Compton, Roma 2013).

Dalle pagine di questo capolavoro emerge un ritratto molto efficace della finis austriae ossia di un impero alla soglie del suo drammatico tramonto. Attraverso il protagonista del romanzo, un matematico trentenne di nome Ulrich, Musil narra la parabola esistenziale di un giovane alla prese con una irreversibile crisi di valori, tagliato fuori dal “mondo di ieri” ma senza alcun appiglio cui aggrapparsi per costruire il suo futuro.

L’ “uomo senza qualità” è il simbolo di un’intera generazione che, come nella nostra più immediata contemporaneità, si sente espropriata del proprio mondo, delle proprie qualità e persino della speranza di costruire un futuro diverso.

La stessa analogia può essere sviluppata tra la funzione esercitata, nel romanzo di Musil, dall’Azione parallela e la disperata ricerca difensiva della nostra classe dirigente. Il gruppo variegato di politici dilettanti che si riconosce nella sigla dell’Azione parallela e che cerca in ogni modo di salvare la monarchia asburgica dal suo inevitabile crollo, alla fine, come una ruota che gira su se stessa e si avvita senza trovare una soluzione adeguata.

Il finale del primo tomo de l’Uomo senza qualità narra in maniera mirabile la fine dell’Azione parallela: la macchina del movimento, inceppandosi, mostra il fallimento dell’intellighenzia di mobilitare le energie e le idee migliori.

La eco della domanda “che fare?” risuona tra le pareti del salotto Tuzzi (casa d’Austria) ma resta senza risposta. Un silenzio, che, decretando la chiusura del ciclo di incontri, assume un profilo drammatico, facendo da cassa di risonanza all’emergere della violenza annidata nel sottosuolo.

Si tratta di un monito che non deve essere sottovalutato.

Invece di esorcizzare l’avvento del Movimento Cinque Stelle, dovremmo forse ringraziarne la nascita dinanzi alla possibilità di un’aggressività e di un “virus del male” che sta fiorendo in Europa, certamente di maggior pericolo per la democrazia stessa.