E’ guerra aperta sul referendum consultivo contro i finanziamenti pubblici alle scuole materne private di Bologna. Scontro politico, prima di tutto, che nella giornata di festa in piazza Maggiore per i promotori del voto del 26 maggio 2013, si tramuta prima in un repentino ricorso ai portici per via della pioggia, poi in una nuova seria minaccia per la vittoria finale: l’ufficializzazione di un comitato per il No, anzi di un gruppo di sostegno per l’opzione B.

Infatti, al quesito referendario che verrà sottoposto ai cittadini bolognesi tra poco più di due mesi (“Quale fra le seguenti proposte di utilizzo delle risorse finanziarie comunali (…), ritieni più idonea per assicurare il diritto all’istruzione delle bambine e dei bambini che domandano di accedere alla scuola dell’infanzia?, n.d.r.) si potrà scegliere tra la risposta A – utilizzarle per le scuole comunali e statali – o quella B – utilizzarle per le scuole paritarie private. E per la risposta B scendono in campo, senza facili ironie, figure di peso del mondo cattolico e non solo.

A partire da Giuliano Cazzola, oggi definitivamente in sella a Scelta Civica di Mario Monti, ma soprattutto a un big del recente passato amministrativo della città di Bologna come l’ex sindaco Pci, poi Pds, Ds e infine Pd, Walter Vitali. Con loro alla presentazione alla stampa per il gruppo promotore della risposta B, cioè utilizzare denaro comunale per le scuole paritarie private, diversi consiglieri comunali del Pd, tra cui Claudio Mazzanti e Paolo Marcheselli, il renziano Pd Salvatore Vassallo, il segretario della Cisl Bologna, Alessandro Alberani, e su tutti il potentissimo professore di economia politica dell’Ateneo bolognese, Stefano Zamagni.

“A differenza dei referendari noi non politicizziamo il quesito”, spiegano, “noi nasciamo dal basso come società civile e cerchiamo di essere pragmatici”. E via allora con il dato cruciale su cui si gioca l’esito della consultazione e la logica delle cose: la convenzione con le paritarie è in atto dal 1994 e oggi fornisce posti per 1736 bambini con il milione di euro che ogni anno il Comune elargisce, mentre con gli stessi soldi  la paritaria comunale ne gestirebbe solo 145.

“E un dato di fatto incontrovertibile”, afferma Zamagni, “e da economista chiedo perché ci si deve fare del male da soli. Allargando la torta si crea pluralismo e ci sono risorse per tutti”. “Il sistema pubblico integrato è a tutela del pluralismo”, rincara la dose Vassallo, “nessuno ne ha mai fatto a meno, nemmeno a Parma il nuovo sindaco a 5 Stelle. E poi non è una questione ideologica a favore delle scuole gestite dai preti. Io che sono cattolico mando mio figlio a una paritaria gestita da una coop laica”.

Un messaggio chiaro spedito al Comitato Articolo 33, oramai forte delle 13 mila firme raccolte con successo per indire la tornata consultiva e soprattutto legato a quell’appoggio grillino che tanto attira voti “trasversali” oggi. Partendo dal manifesto della campagna referendaria appena stampato, disegnato dal 5 Stelle Davide Zannoni, fino all’aiuto nella raccolta firme e nelle iniziative di piazza del Movimento targato Grillo. In mezzo la sofferente posizione del Pd, quindi della giunta Merola che il referendum non lo vede di buon occhio, ma comunque costretta a non prendere posizione in modo radicale visto l’appoggio fondamentale di Sel ai referendari.

A Bologna i referendum consultivi, che non necessitano di quorum per essere validi, sono stati due. Nel 1984 sull’apertura del centro: 90% di votanti, con i sì al 70%; poi nel 1997 per la privatizzazione delle farmacie e il progetto Bofill per la nuova stazione che portò alle urne il 36% degli aventi a diritto e la netta vittoria dei No.

Ed a parte il naufragio del progetto Bofill, i risultati dei quesiti più politici vennero disattesi dalle scelte delle successive giunte di sinistra. Anche se è la prima volta che nasce un vero e proprio comitato per il No anziché il classico “non expedit” che ha fatto abbassare, fino al fallimento, la partecipazione elettorale nella storia dei referendum abrogativi nazionali. Segno che la competizione c’è tutta e a perdere non ci sta nessuno. “Non abbiamo paura di un referendum consultivo, ce la giochiamo sul voto quindi e se il Comitato Articolo 33 vuole lo stesso numero di seggi delle elezioni nazionali non ci opponiamo, anzi speriamo che molta gente vada a votare”, chiosa Alberani, “va però detto che anche Cgil e Uil sono con noi nel dire che in fondo il vero problema dietro a tutto questa battaglia politica sono i bambini in lista d’attesa”.