Due uomini, due militari, pagano gli errori e le inettitudini di altri uomini, politici. Latorre e Girone sono ancora una volta in India, nell’ambasciata di New Delhi, in attesa che si compia la giustizia indiana. La stessa dalla quale il governo italiano aveva cercato di salvarli poche settimane fa, per poi cambiare idea in un impasto di timori, interessi e orgoglio del rispetto della parola data. I due fucilieri di Marina sono pedine di scambio della credibilità – e della debolezza – italiana e mettono le loro vite (rischiando la morte) al servizio del paese che troppo confusamente ha cercato di difenderli.

Accuditi e salvaguardati almeno formalmente nella nostra rappresentanza diplomatica nella capitale indiana, da quello stesso ambasciatore – Daniele Mancini, temporaneo terzo caprone sacrificale – rimasto incastrato nella guerra di parole tra Roma e Delhi, è certo che i sentimenti personali dei due italian marines siano di spaesamento e frustrazione. Il ritorno alle famiglie per Natale e in rapida successione una seconda licenza “elettorale” con la rassicurante prospettiva di non finire più alla sbarra in India: i legami familiari e di fiducia verso le istituzioni infranti in un giorno, quanto di più sentito per un militare che obbedisce agli ordini che una sconclusionata catena di comando gli impone.

Responsabilità del Ministero della Difesa che ai tempi di La Russa ha permesso che militari italiani fossero affittati a mo’ di “contractor” alla sicurezza di navi commerciali italiane; del Ministero degli Esteri che nelle persone di De Mistura e Terzi hanno condotto le trattative in un primo periodo, per poi esser affiancati – se non sopravanzati – dal ministro della Difesa Di Paola. E infine forse anche di Napolitano, che aveva dato la parola dell’Italia e non l’ha difesa abbastanza da chi non la pensava allo stesso modo. Due uomini, due militari, che troppi politici hanno voluto difendere ognuno a modo suo, malamente. 

Il Fatto Quotidiano, 23 marzo 2013