Se hai tanti precedenti, appena succede qualcosa vengono a cercare te anche se, magari, non hai fatto nulla. E’ un po’ quello che sta accadendo alle banche tedesche finite subito sul banco degli imputati nella vicenda cipriota. Gli istituti di credito della Germania sarebbero “colpevoli” di avere investimenti sull’isola per circa 6 miliardi di euro, più o meno la stessa cifra che avrebbe dovuto fruttare il prelievo sui conti correnti bocciato dal Parlamento di Nicosia.

Dunque sono subito state additate come il vero motivo per cui i cittadini ciprioti avrebbero dovuto essere spremuti sotto il diktat tedesco. Prima di emettere sentenza, varrebbe la pena ragionare sul fatto che le banche russe hanno una presenza sull’isola almeno 5 volte superiore e che la decisione di estendere il prelievo è stata caldeggiata soprattutto dal governo cipriota proprio per non andare a disturbare troppo i conti dei ricchi russi che traboccano di capitali dalle origini spesso poco limpide. Prelievo sui conti o no, il governo tedesco sembra peraltro tra i meno propensi a sostenere le banche cipriote.

E’ però fuori di dubbio che i trascorsi di banche e governo tedeschi e il loro atteggiamento verso i paesi del mediterraneo qualche legittimo sospetto lo provochino. Spettacolare, ad esempio , la grande pulizia di prodotti greci che la banche di Francoforte, Berlino o Monaco hanno messo in atto negli ultimi due anni. Premesso che i calcoli sulle esposizioni complessive spesso divergono (la Banca dei regolamenti internazionali presenta ad esempio valori più alti rispetto alle statistiche dell’autorità bancaria europea) si può indicare in almeno 19 miliardi di euro quella delle banche tedesche verso Atene all’inizio della crisi, nel 2010. Un valore secondo soltanto a quello delle banche francesi.

Già a fine 2011 l’esposizione tedesca in Grecia si era però ridotta a meno di 800 milioni di euro. Se si guarda ai soli titoli di Stato, le stime si fanno più accurate e il centro studi di Mediobanca, rileva come nel 2011 le prime due banche tedesche, Deutsche Bank e Commerzbank, avessero un’esposizione in titoli ellenici, al netto delle svalutazioni, pari a 3,3 miliardi di euro. A metà 2012 a Deutsche Bank erano rimasti in portafoglio titoli greci per appena 35 milioni, mentre Commerzbank si era completamente liberata della zavorra greca.

Va detto che comportamenti simili sono stati messi in atto dalle banche francesi, italiane e inglesi. Anche le banche tedesche hanno inoltre sopportato i costi di una ristrutturazione del debito greco (dimezzamento del valore dei titoli e allungamento delle scadenze) che ha coinvolto anche il settore privato. La micidiale sequenza di misure lacrime e sangue scaricate sulla popolazione ha però consentito di diluire il processo nel tempo rendendolo meno traumatico e più gestibile. Ora il lungo addio (o la grande fuga) delle banche tedesche alla Grecia sembra terminato e secondo i più maliziosi questa sarebbe la premessa perché Berlino possa decidere di abbandonare definitivamente al suo destino la Grecia. Vedremo.

Intanto le operazioni di alleggerimento, seppur meno radicali, hanno riguardando anche altri Paesi mediterranei. A metà del 2011 le due grandi banche tedesche erano esposte in titoli di Stato spagnoli per quasi 4 miliardi di euro. Un anno più tardi la quota si era ridotta a 3,4 miliardi. Deutsche Bank si è liberata di 300 milioni di titoli (da 1 miliardo e 70 milioni a 870 milioni) così come Commerzbank che ha ridotto l’ammontare dei bonos in suo possesso da 2,9 a 2,6 miliardi. L’ esposizione effettiva sui titoli portoghesi è invece scesa da 1 miliardo e 50 milioni del 2011 a circa 940 milioni (Commerzbank da 900 a 800 milioni, Deutsche Bank da 153 a 143 milioni). Viceversa le banche tedesche sono tornate a investire sull’Irlanda che sembra aver superato la fase più dura della crisi. Nell’ultimo anno Deutsche Bank ha alzato la sua esposizione netta verso Dublino da 296 a 338 milioni di euro.

Un discorso a parte lo merita il nostro Paese. I titoli italiani, in fondo, sono appetitosi. Offrono rendimenti elevati in rapporto ad un rischio che per ora rimane, nonostante tutto, moderato. Non a caso Commerzbank mantiene un’esposizione di 7,8 miliardi su Bot e Btp mentre Deutsche Bank ha alzato la sua da 355 milioni a oltre 2 miliardi. Nel 2011 la banca tedesca aveva fortemente ridotto la sua esposizione sui titoli italiani (in realtà non tanto vendendo Btp, quanto comprando “copertura” ossia i famigerati CDS per assicurarsi contro eventuali perdite). Una mossa che aveva dato (e continua a dare) il là ad ardite teorie cospirazioniste che andrebbero quantomeno aggiornate alla luce dei nuovi bilanci.

Più in generale non si può dire che le banche tedesche godano comunque di ottima salute. Fortemente coinvolte nella crisi statunitense dei mutui subprime, in questi anni le banche tedesche sono rimaste in carreggiata solo grazie al sostegno pubblico. Lo Stato ha dovuto dar vita a una cosiddetta bad bank, una sorta di sacco della spazzatura dove le banche possono infilare gli asset deteriorati dei loro bilanci e accollarsene lo smaltimento. Non che la lezione sia servita granché visto che le banche tedesche continuano ad operare con una leva pari o superiore a 30.

Significa che hanno impieghi che valgono almeno 30 volte le risorse di cui dispongono, basta così una perdita del 3% sul valore complessivo di prestiti e investimenti per azzerare le disponibilità. La sola Commerzbank ha ricevuto iniezioni di denaro pubblico per 16 miliardi di euro (oggi quasi tutti restituiti). Dal 2009 ha dovuto varare aumenti di capitale per quasi 20 miliardi di euro per far fronte alle voragini che continuavano ad aprirsi nei conti. L’ultima tranche è di pochi giorni fa quando dagli azionisti sono stati spremuti altri 2,5 miliardi di euro.

Grossi aumenti di capitale hanno coinvolto anche Bayerische Landesbank (10,5 miliardi) e Hypo Real estate (7,4 miliardi). Meno accidentato il percorso di Deutsche Bank. A sua volta in possesso di ingenti quantità di titoli legati ai mutui statunitensi, il suo uomo a Manhattan Greg Lippman, fiutò per tempo l’imminente disastro e riuscì a limitare le perdite piazzando scommesse di segno opposto sul crollo del mercato immobiliare. Le vicende americane lasciano però ancora strascichi. La banca ha chiuso il 2012 con utili per 300 milioni, meno delle attese, dopo aver accantonato 2,4 miliardi di euro in vista di contenziosi legali negli Stati Uniti proprio in relazione alla crisi immobiliare del 2008.