Quando nell’aprile del 1994 arrivarono i leghisti a Roma, le idee si fecero chiare da subito: pranzo al Pantheon, Freccia Alata, la sala vip dell’aeroporto. Questi – intesi come i grillini – almeno per ora faticano a capire dove si trovi Fiumicino, e comunque non avrebbero i soldi per comprare il biglietto. Guai parlare di ristoranti e sale riservate, anche perché non sono “onorevoli, ma cittadini”. Ma poi la realtà a volte supera ogni tipo di immaginazione, e l’impatto è forte, irresistibile per molti. Le stanze suscitano talvolta belle emozioni, pensare a tutti quei privilegi e usufruirne è un attimo. E’ già successo, per fare un esempio, al cittadino Adriano Zaccagnini, immortalato da Chi, chiamato a rispondere dai giornalisti per un pranzo nel ristorante della Camera. Zaccagnini ha spiegato ai cronisti che non sapeva “che in quel ristorante di lusso la quota a carico del deputato è di 15 euro” e il resto del conto, probabilmente 80-90 euro, è a carico dei contribuenti. “Ammetto il mio errore – aggiunge – e sono pronto a restituire la parte eccedente del conto. In totale sono stato a mangiare lì tre volte, a 15 euro a pasto, quello che manca lo restituirò di tasca mia. Pensavo che in quel ristorante si risparmiasse”.

Zaccagnini è uno e vale uno. Anche perché la maggior parte di loro oggi non ha né il contante in tasca (buona parte di loro proviene dagli anni Duemila, lavori precari, nella migliore delle ipotesi, e liste di disoccupazione) né la malizia di presentarsi allo sportello del Banco di Napoli, a Montecitorio, a chiedere l’anticipo sullo stipendio. Il direttore della filiale bancaria più ambita (in quelle quattro stanze si sono sempre fatte amicizie utili) si strofinerebbe le mani a vederli apparire: sarebbero prestiti garantiti da un datore di lavoro che paga puntuale e fino all’ultimo centesimo. Quanto? Tanto, anche se il regolamento a 5 Stelle impone dei paletti e delle riduzioni drastiche: nella sostanza i parlamentari dovranno lasciare il 50 per cento dei 10mila 435 euro previsti in busta paga. Dunque ne percepiranno 5.217 lordi. Ma a questi va aggiunta la diaria che si aggira attorno ai 3.500 euro al mese e resta intatta. Purché rendicontata. In sostanza, al netto, spese incluse, ogni parlamentare, guadagnerà poco meno di 5000 euro netti.

Senza contare che il traghetto è gratis, l’aereo e il treno anche, idem per l’autostrada. E a questi benefit non rinunceranno. Questo, almeno dice il regolamento in vigore. Anche se in rete c’è chi inizia a chiedersi quanto sia corretto che un parlamentare stellato raggiunga la Val di Susa – il problema si presenterà già sabato 23 – per una manifestazione contro la Tav a spese del contribuente. E, per di più, con un treno ad alta velocità. Questione complessa. Loro obietteranno che pagheranno il biglietto. Ma chi può verificarlo?

Oggi, comunque, capita di vederli chiedere una sigaretta, cercare un bed & breakfast “30 euro a notte, tassa di soggiorno inclusa”. Sempre oggi può succedere che chiedano un passaggio in auto. Marziani e senza un centesimo. Ma dopo? “Continueremo così”, dicono in coro. “Cerchiamo di stringere accordi con le compagnie telefoniche per strappare un contratto low cost. Anche perché un parlamentare può godere di un rimborso telefonico di 3100 euro nette all’anno, noi contiamo di spendere 600”. Il problema è capire – e in quei corridoi tutto diventa sempre complicato – dove verrebbero ripartiti i soldi che non spendono. Perché va bene essere marziani, ma fessi no. Bisogna andare a rispolverare vecchi regolamenti che i leghisti del 1994 si guardarono bene dal consultare. Come quello che prevedeva un rimborso di taxi, forfettario e senza rendicontazione, di 3900 euro ogni tre mesi. “Grasso ci ha dato ampia disponibilità”, dice Crimi.

Roma era ladrona per i leghisti, ma anche loro ci sguazzavano bene. Tanto non era loro l’acqua della piscina. E a proposito di piscine quella a Montecitorio non c’è, ma la sauna è lì, a disposizione. Per ora i grillini manco si sono affacciati, sempre nella loro politica dell’austerity. Lasciamo passare l’estate, magari aspettiamo novembre, sempre che ci sia un governo. Poi tiriamo le somme. Zaccagnini insegna.

da Il Fatto Quotidiano del 21 marzo 2013